L’Europa, Ponzio Pilato e la violenza di Stato

di GIUSEPPE ARAGNO - 04/10/2017

Democrazia vuol dire regole, bofonchiano Mentana e soci, ma si guardano bene dal ricordare che due governi europei di fronte allo stesso problema si sono comportati in modo diametralmente opposto, uno democratico e l’altro fascista. Il Regno Unito, infatti, cambiò le regole, lasciò che la Scozia facesse il suo referendum sull’indipendenza ed evitò interventi armati, arresti e feriti. Democrazia vuol dire regole, ma i pennivendoli di casa nostra fingono di non sapere che la Costituzione di cui è armato Rajoy non condanna esplicitamente il franchismo, lascia al loro posto i franchisti impuniti, consente a falangisti vecchi e nuovi di scorrazzare per il Paese, riconosce una “nazione spagnola” e – rigida com’è – nel 2010 ha potuto rifiutare ogni offerta catalana di mediazioni che erano il frutto di un lavoro quadriennale. La nostra stampa lo sa, ma preferisce ignorarlo: la polizia catalana è stata commissariata e ora la guida un personaggio ambiguo: Diego Pérez del los Cobos, fratello di Francisco, l’ex Presidente della Corte Costituzionale che ha pervicacemente impedito una soluzione “inglese” della questione. Sarà un caso, ma i due fratelli provengono entrambi dall’ultradestra. Non bastasse – anche questo si sa ma nessuno lo dice – i poliziotti spagnoli protagonisti della repressione sono attualmente ospiti di alcune navi passeggeri affittate a compagnie italiane – grandi navi veloci e Moby/Tirrenia – cancellate dalle corse di Sardegna. Ce n’è quanto basta per una interrogazione parlamentare, ma chi dovrebbe farla? I “nominati” accampati nella Camera dei Fasci delle Corporazioni?

 

Qualcuno a questo punto si meraviglia se, per Mentana e soci, la Spagna e l’Unione Europea sono democratiche e pluraliste, mentre gli inglesi, che hanno democraticamente mollato l’Europa, sono invece populisti e nazionalisti di destra?

Sono stato a Parigi nel 2004, ai tempi del referendum sull’Europa. Qui da noi la stampa di regime sputava veleno sul “Grand Debat” e sul “nazionalismo francese”, però la sera, nelle scuole pubbliche che venivano lasciate aperte e affidate ai cittadini, incontravo tanta gente di sinistra ostile a un’Europa massacratrice di diritti. Testimone oculare, scrissi in questo senso un articolo per il settimanale campano del Manifesto e fui tra i pochi a mettere pubblicamente in discussione l’idea che rifiutare questa Europa fosse una “cosa di destra” e una “scelta antieuropeista”. Fu di destra, invece, di destra estrema, la scelta di ignorare la volontà dei popoli e di definire populismo ogni critica alla ferocia capitalista che decideva e decide contro la volontà dei popoli. Ne venne fuori – oggi è sotto gli occhi di tutti – l’aborto che chiamiamo Europa unita.

Vi chiedete perché metta insieme in maniera frammentaria fatti apparentemente diversi tra loro? Lo faccio perché intendo sgombrare il campo dall’idea generica e superficiale che gli indipendentisti siano sempre e comunque di destra e impedire che una concezione astratta di “Stato Occidentale” ci porti a credere che la Spagna sia una “democrazia pluralista”. I fatti hanno dimostrato che Madrid ha un governo più o meno fascista, guidato da un proconsole della Troika, che tratta gli spagnoli come fossero abitanti di una colonia del Nord Europa. Un proconsole che difende interessi e privilegi delle classi più agiate del Paese a danno di quelle più povere ed emarginate. In linea di principio, quindi, si badi bene, la Catalogna, la più ricca e agiata tra le realtà che formano la Spagna, dovrebbe essere alleata di Rajoy. Se questo non accade, vuol dire che l’indipendentismo non nasce solo da questioni di carattere economico.

Mio figlio ci ha vissuto due anni e la Catalogna, un po’ la conosco. Se ti ammali, in ospedale trovi solo giovani medici inesperti che se ne vanno nel settore privato appena si son fatti le ossa. Un attacco di appendicite può diventare peritonite e tu rischi la pelle. Perché non credere che dietro la lotta dei catalani ci sia anche il rifiuto del modello di Europa che rappresenta Rajoy e l’affermazione di un’aspirazione: un’Europa che non nasca dall’integrazione di Stati nazionali, ma poggi sul federalismo tra realtà regionali?

In Catalogna sono stato invitato più volte: un convegno, di cui si sono pubblicati gli atti, la presentazione di un mio libro, la messa in scena di un lavoro teatrale di cui sono coautore, voluta dalla Generalitat de Catalunya e dal Memorial Democràtic per ricordare una famiglia di antifascisti napoletani che lottò assieme ai repubblicani. Barcellona antifascista, quindi, ha ricordato quegli antifascisti di cui Napoli non si è mai occupata come avrebbe dovuto. La Catalogna è sinceramente antifascista. Lo è per l’eredità storica della guerra di Spagna. Non posso dire la stessa cosa di Madrid, alla cui università ho tenuto una lezione a due voci con Mirta Nuñez Díaz Balart, ma ho anche incontrato la contestazione franchista.
In Catalogna ho amici. Elisabetta Donatello, Ida Mauro storica e militante, Steven Forti, un italiano, che insegna storia contemporanea a Barcellona e spesso fa da consulente e opinionista per il TG3. Non sono per gli indipendentisti, ma non li criminalizzano e soprattutto puntano il dito sulla balbettante transizione dal franchismo alla democrazia e sulle responsabilità di governi come quello di Rajoy. Dovremmo riflettere sulle “insalate russe” che si definiscono “grandi coalizioni”, ma mettono assieme il diavolo e l’acqua santa per schiacciare i diseredati e i nuovi poveri creati dalla crisi economica. Le “grandi coalizioni” non sono la “democrazia pluralista”, ma il populismo di Stato, il volto formalmente legale di una deriva autoritaria.

In quanto alla violenza di Stato, essa è ormai un modello europeo. Lo utilizza ampiamente Minniti qui da noi ed è una minaccia concreta per la democrazia. Parlare oggi di Catalogna dimenticando tutto questo vuol dire vender fumo. La Catalogna probabilmente è oggi la cartina di tornasole da cui emerge il volto vero dell’Unione Europea, con i problemi immensi che essa produce e ignora. Se penso a ciò che accade a Napoli, al peso che le leggi europee hanno sulla sorte della città, alle armi che l’Unione offre a governi di dubbia legittimità che ci tagliano i viveri e ci soffocano per impedire ogni scelta autonoma, se ci penso, oggi non posso fare a meno di sentirmi catalano.

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