Basterebbe il metodo con cui questa riforma è stata approvata a motivare il no al prossimo referendum. Elaborato dal governo, il testo è rimasto inalterato in parlamento durante quattro votazioni, non essendo stato discusso nessuno dei 1.300 emendamenti proposti dall’opposizione. Non è così che si riforma una costituzione. È lo spirito del costituzionalismo che impone che le riforme costituzionali richiedano convergenze e compromessi parlamentari e che su di esse il governo non debba mettere bocca. È chiaro che la riforma blindata ha una sola spiegazione: la volontà di cambiare la paternità della Costituzione repubblicana, attraverso una modifica ostentatamente di parte.
Ad opera di quanti non hanno contribuito a scriverla – tutti gli attuali partiti di maggioranza – a cominciare dal maggior partito di governo, erede del fascismo contro cui essa fu scritta e che in essa, in realtà, non si è mai riconosciuto. Ne è una conferma la richiesta del referendum da parte della maggioranza, che ne deforma il senso, trasformandola nella volontà di ottenere un plebiscito. La nostra Costituzione rischierebbe di non essere più la costituzione antifascista nata dalla lotta di Liberazione.
C’è poi una seconda finalità della riforma, che non ha nulla a che vedere con la separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri cui essa è intitolata. Tale separazione è già stata di fatto realizzata, dato che i passaggi da un ruolo all’altro riguardano ogni anno lo 0,4% dei magistrati. Questo insignificante residuo avrebbe potuto essere soppresso con una legge ordinaria o un decreto legge, come ben sanno tutti coloro che invocano il «garantismo» a sostegno del loro incomprensibile sì. In realtà, in nome della separazione delle carriere si vuole compiere un primo passo verso l’indebolimento di una separazione ben più importante: la separazione dei poteri, su cui si basa lo stato di diritto. Non è un’illazione. Ce lo dicono i massimi autori di questa controriforma. Basti ricordare la battuta di Nordio secondo cui la riforma converrebbe anche a Elly Schlein qualora dovesse andare al governo. Ma si pensi, soprattutto, agli attacchi quotidiani della presidente Meloni contro le sentenze da lei giudicate assurde. Dunque un sì al referendum avrebbe, a suo parere, l’effetto di porre fine a queste sentenze «assurde» e darebbe vita a sentenze non ritenute tali dal governo.
È precisamente questo, secondo i suoi stessi promotori, il vero senso e il vero fine della riforma, in accordo, del resto, con l’insofferenza per il controllo giudiziario espresso da tutte le autocrazie elettive nelle quali vanno trasformandosi i nostri sistemi politici. Quando Giorgia Meloni lamenta che i giudici «non collaborano con il governo» esprime una concezione anticostituzionale della democrazia quale onnipotenza della maggioranza, basata sull’idea che la sola fonte di legittimazione dei pubblici poteri sia il voto popolare. Ignora che il fondamento della legittimità sia della giurisdizione che della pubblica accusa è non solo diversa, ma opposta a quella del potere politico, non potendo nessun consenso o dissenso governativo rendere vero ciò che, in assenza di prove, è ritenuto falso, oppure falso ciò che, sulla base di prove, è argomentato come vero. Ignora, soprattutto, che l’indipendenza dei giudici e dei pubblici ministeri e la loro soggezione soltanto alla legge sono la massima garanzia, con paradosso apparente, del primato della politica. Giacché la politica si esprime nella sua forma più alta, prima della commissione del fatto sottoposto al giudizio, nella legge da essa prodotta, alla quale soltanto giudici e pubblici ministeri sono soggetti; mentre sarebbe lesa indebitamente proprio dai condizionamenti governativi che inevitabilmente si produrrebbero, dopo la commissione del fatto, senza una totale indipendenza sia della giurisdizione che della pubblica accusa.
Il sorteggio dei componenti dei tre organi nei quali viene smembrato il Csm, si sostiene, è diretto a sopprimere il potere delle correnti, non a caso sempre avversate dalla destra. Occorre allora ricordare che l’Associazione magistrati fu sciolta dal fascismo e rifondata dopo la Liberazione; che le correnti nella quale è divisa sono il segno del suo carattere anti-corporativo; che l’associazionismo giudiziario e il pluralismo delle correnti sono stati, storicamente, il maggior fattore di democratizzazione della magistratura; che infine le correnti assicurano la trasparenza e la responsabilità dell’operato dei membri togati del Csm. Se passasse questa controriforma, sarà facile domani, per la componente governativa dei due futuri Consigli, coinvolgere nelle sue scelte i magistrati estratti a sorte, che non rappresentano nessuno e quindi non devono rispondere a nessuno.
Infine il terzo scopo. Se vincesse il sì, la destra cesserebbe immediatamente di associarlo alla separazione delle carriere.
Interpreterebbe il sì come un via libera a tutte le controriforme da essa progettate: dall’ancor più grave riforma costituzionale consistente nell’introduzione del premierato elettivo all’assurda riforma elettorale già ipotizzata, con gigantesco premio di maggioranza, fino alla soppressione della dipendenza della polizia giudiziaria dalla pubblica accusa, già progettata da Antonio Taiani, e magari alla collocazione del pubblico ministero, una volta estromesso dall’area della giurisdizione, alle dipendenze del potere esecutivo. È in gioco, in breve, il futuro della nostra democrazia.


