L’internazionale del capitale si riunisce anche quest’anno a Davos, con buona pace delle anime belle che credono che la lotta di classe non esista.
La cornice, in alto sulle Alpi sotto la neve, è perfetta; sembra la metafora del mondo che hanno costruito: accesso per pochissimi, distanza per tutti gli altri.
Sul palco si alternano banchieri, manager, amministratori fondi, consulenti, “visionari” in doppiopetto e capi di governo a loro servizio.
Il lessico è sempre quello, levigato e accattivante: dialogo, responsabilità, resilienza, innovazione, e qualche volta persino “crescita sostenibile”.Parole che suonano bene e costano nulla, soprattutto a chi le pronuncia.
Il punto è che Davos è una cerimonia. È il luogo dove il potere economico prova a presentarsi come bene comune, dove chi ha scritto e riscritto le regole del gioco si traveste da arbitro imparziale.
È la grande messa laica della globalizzazione: si parla di “regole” che si fanno e si disfano in base ai propri interessi; si invoca la “concorrenza” dopo averla sterilizzata con monopoli, lobby e posizioni dominanti; si recita la “meritocrazia” su patrimoni ereditati e rendite blindate; si chiama “efficienza” il taglio dei servizi e “riforma” lo smontaggio delle tutele e dei diritti umani e dei lavoratori.
E intanto si chiede ai governi di “fare la loro parte”, cioè di garantire stabilità, incentivi, deregolazione e pace sociale: la democrazia ridotta a manutenzione dell’ordine.
Ogni anno arriva anche Oxfam a rovinare la scenografia con un gesto semplice: mette i numeri sul tavolo e toglie il trucco. Poche decine di persone concentrano una ricchezza che supera quella di miliardi di esseri umani nella metà più povera del pianeta. Non è un incidente e non è una “fase”: è un modello. È il risultato di fiscalità che premiano la rendita, di lavoro indebolito e frammentato, di privatizzazioni che trasformano diritti in mercato, di paradisi fiscali tollerati come infrastruttura invisibile della ricchezza estrema, di istituzioni piegate alla “competitività” come se fosse una legge naturale.
E qui sta il trucco di quest’anno: Davos si presenta come “Spirito del dialogo”.
Verrebbe da ridere.
Lo chiamano dialogo così perché suona civile, ma è in realtà è un monologo.
I lavoratori, i sindacati, i precari, chi vive di affitto, chi emigra, chi subisce gli effetti della crisi climatica e delle guerre, entrano al massimo come grafico, “target”, caso di studio.
La povertà è trattata come variabile di rischio, la denuncia della disuguaglianza come minaccia alla stabilità, non come espropriazione quotidiana e sfruttamento.
È un capovolgimento morale: l’ingiustizia diventa un problema di gestione, non un problema di giustizia. E allora ogni soluzione viene spostata sul domani tecnologico, come se un algoritmo potesse sostituire una scelta politica.
Luciano Gallino lo diceva senza giri di parole: negli ultimi trent’anni la lotta di classe l’ha vinta il capitale. Non perché la storia sia finita, ma perché si è cambiato campo di gioco. La finanza ha dettato l’agenda, la precarietà è stata normalizzata, i diritti contrattuali sfilacciati, la fiscalità resa “competitiva” in una gara al ribasso, e il conflitto sociale trasformato in fastidio o in colpa individuale. Se non arrivi a fine mese, “devi formarti”; se non trovi casa, “è il mercato”; se la sanità non cura, “mancano le risorse”. Davos è la fotografia di quella vittoria: non un “parlamento del mondo”, ma la riunione dei vincitori che discutono del futuro come se fosse una proprietà privata.
Eppure non è scritto da nessuna parte che debba andare avanti così, né che debba cambiare solo il clima e non il sistema che lo surriscalda. Se la lotta di classe l’ha vinta il capitale, non significa che debba vincerla per sempre. Significa che va rimessa in discussione la distribuzione del potere: tassare davvero grandi patrimoni e rendite, chiudere i buchi dell’elusione, spezzare posizioni dominanti, rialzare i salari con contratti forti, garantire casa e servizi pubblici come infrastruttura di eguaglianza, legare la transizione ecologica alla giustizia sociale.
In una parola: riportare il conflitto dove deve stare, nella politica, nel sociale e nell’economia come elemento di dinamismo e di promozione della giustizia.
Davos continuerà a riunirsi, certo.
La domanda è se continueremo a trattarlo come il luogo dove si “salva il mondo”, oppure se avremo il coraggio di guardarlo per quello che è: il salotto dove il mondo viene amministrato a favore di pochi, con una mano sulla coscienza e l’altra sul portafoglio. E se vogliamo davvero che cambi, la prima cosa è smettere di applaudirlo come se fosse destino. Un destino che conviene sempre agli stessi.
Scrive Oxfam:
“Dobbiamo scegliere. Possiamo avere la democrazia oppure possiamo avere la ricchezza concentrata in poche mani. Ma non possiamo avere queste due cose assieme”.
“Questa frase, continua Oxfam, pronunciata quasi un secolo fa dal giurista, costituzionalista e giudice della Corte Suprema degli Stati Uniti, Louis Brandeis, è di estrema attualità oggi.”
Enrico Rossi.



