La destra ha presentato la sua legge elettorale: proporzionale, abolizione dei collegi uninominali, premio di maggioranza di 70 seggi alla Camera e 35 al Senato con liste ad hoc, soglia per il premio 40%, eventuale ballottaggio con soglia al 35%, nessuna preferenza, 3% per l’attribuzione di seggi ai partiti minori in coalizione. Si prevede anche la previa obbligatoria indicazione di chi è proposto per la carica di premier, ed è una furbata che si richieda non sulla scheda, ma nella documentazione elettorale. Basta per spingere il duo Schlein-Conte al duello rusticano, impedendo il rinvio a dopo il voto della scelta sulla leadership di coalizione. Un problema che Meloni (presumiamo) non avrà.
Fin qui il compromesso maturato nella maggioranza, anche se qualcosa potrà cambiare. Richiede coalizioni prima del voto, azzera il rischio avvertito dalla destra nel collegio uninominale, mantiene il pieno controllo dei vertici di partito sulla rappresentanza parlamentare. Rimanendo stabili gli equilibri politici attuali – è la scommessa sottesa alla proposta – la coalizione di governo potrebbe confermare o persino superare il risultato dato dal Rosatellum nel 2022, con il 44% dei consensi e circa il 59% dei seggi. Quali effetti? Nell’immediato, Parlamento agli ordini dell’esecutivo e indebolimento dei poteri del Capo dello Stato. In prospettiva, controllo sull’elezione dello stesso Capo dello Stato e decisiva influenza sulla scelta di una maggioranza dei giudici della Corte costituzionale. È l’essenza del premierato voluto da Meloni e FdI. La riforma costituzionale servirebbe al più non a conseguire il risultato, ma a consolidarlo per il futuro.
La domanda è: perché presentare la proposta ora, con la campagna referendaria in pieno svolgimento? Ovviamente, può solo far salire la temperatura, mentre un rinvio di poche settimane non avrebbe fatto differenza. La ragione è nell’evitare che il solo punto focale sia la magistratura – su cui la destra teme un possibile sorpasso del No – testimoniando l’esistenza di un progetto che va ben oltre. Non per caso la proposta segue alla approvazione in Consiglio dei ministri degli accordi preliminari firmati da Calderoli con Veneto, Lombardia, Piemonte e Liguria. Si chiamano meglio al voto le tifoserie, quando si affianca a un tema – la magistratura – su cui la destra avverte di avere argomenti assai deboli, altri di maggiore appeal, come autonomia differenziata (Ad, in una parte del paese) e premierato.
Viene in chiaro che il 22 e 23 marzo si vota formalmente su questioni concernenti i magistrati, ma nel contesto di un ben più ampio stravolgimento della Costituzione. Basta considerare che la legge elettorale proposta mira a consolidare gli assetti istituzionali utili a normalizzare la magistratura, per la parte non definita nella Meloni-Nordio, a fare gli ulteriori passi annunciati come la sottrazione al magistrato della polizia giudiziaria, a mantenere l’indirizzo iper-securitario e di compressione del dissenso della legislazione sulla sicurezza. Altresì, a dare seguito all’Ad con l’approvazione di leggi recanti intese ai sensi dell’art. 116.3 della Costituzione. Per tutto, la destra cerca una validazione plebiscitaria nella vittoria del Sì.
Che fare? Anzitutto, non ci si illuda sulle opposizioni in Parlamento. Se la maggioranza rimane compatta, non hanno strumenti per incidere in profondità. Per la legge elettorale è inutile aspettarsi un esito non conforme agli interessi della maggioranza. Né abbondano gli strumenti per il contrasto. I punti essenziali della proposta potrebbero passare attraverso le maglie – larghe – della Consulta (sent. 1/2014 e 35/2017). Il referendum totalmente abrogativo è inammissibile, e un referendum parziale incontra il limite dell’eccesso di manipolatività, che consente solo cambiamenti relativamente marginali. Anche le leggi recanti intese di Ad si sottraggono, in quanto leggi rinforzate, a referendum abrogativi. Per esse rimane solo il ricorso in via principale di qualche regione, sempre che il ceto politico non trovi la sua convenienza nel maggiore potere comunque acquisibile con l’Ad, ancorché in danno dei cittadini del territorio. Adire la Consulta in via incidentale avrebbe un percorso lungo, e non privo di incertezze.
Ecco la ragione di votare il 22 e 23 marzo per difendere, con il No, la Costituzione. Va difesa, e non per una mozione degli affetti, ma perché è garanzia dei diritti, delle libertà, dell’eguaglianza. Protegge il cittadino nel rapporto con il potere, politico, amministrativo o economico, come in vicende come quella di Glovo e Deliveroo. Una vittoria del No respingerebbe la Meloni-Nordio, attaccando al tempo stesso il più ampio disegno della destra. Ogni sollecitazione a “non politicizzare” il voto è pubblicità ingannevole.


