Minneapolis, lotta e solidarietà. Una città unita contro l’occupazione

di Marina Catucci - ilmanifesto.it - 20/01/2026
Minneapolis - Abbiamo molta paura che arrivino agitatori esterni, come i gruppi di suprematisti bianchi, speriamo solo di riuscire a mantenere la calma.

«Sono tutti incazzati». Mike ha 65 e il dono della sintesi. Arrivi in città e ti accorgi subito che non c’è da discutere. Non ci sono favorevoli e contrari, a Minneapolis. Sono tutti d’accordo, l’intervento delle squadre dell’Ice – Immigration and custom enforcement – gli assassini di Renee Nicole Good, è un’occupazione violenta e ostile della città.

 Non è di notte, ma di giorno che ti accorgi che le strade sono sotto assedio, quando dovresti riconoscerle nei gesti quotidiani. Invece non c’è quasi nessuno in giro, i locali sono vuoti, le poche persone fuori di casa sono per lo più bianche, impegnate in funzioni che nulla hanno a che fare con la normalità urbana: sorveglianza, monitoraggio, protezione informale della comunità immigrata. Se la città si muove, lo fa per difendersi.

LE SCUOLE SONO SEMIVUOTE. In molti distretti agli studenti è stata concessa la didattica a distanza per ridurre i rischi per genitori e insegnanti. «L’Ice ha già portato via maestri sotto gli occhi dei bambini, oppure ha aspettato l’uscita da scuola per prendere i loro genitori – racconta Ann, newyorkese trapiantata a Minneapolis -. Fanno blitz nelle scuole. È da lì che è iniziata la resistenza».

 COME SI PARLA apertamente di occupazione, si parla altrettanto apertamente di resistenza, ed è l’argomento di tutte le conversazioni, anche quelle brevi con gli sconosciuti. L’Ice ha permeato tutta la vita di Minneapolis.

 Come si vive in una città a cui non una forza esterna, ma il proprio governo ha dichiarato guerra? Dove le retate avvengono casa per casa, nei luoghi di lavoro, nelle cliniche; dove chi è senza documenti smette di uscire, e chi li ha esce comunque con cautela, sapendo che nessuno è davvero al sicuro? «In alcuni quartieri si tengono sempre le tende chiuse, per evitare che i bambini vedano cosa succede quando iniziano i fischi – racconta Peter, 42 anni -. Tutti hanno un fischietto in tasca. Tre fischi brevi o tre lunghi, a seconda che ci sia un’azione o solo una presenza dell’Ice. Se sei in macchina, usi il clacson. Non è solidarietà, è sopravvivenza collettiva. Quello che sta succedendo è così grande che coinvolge tutti».

 PETER FA PARTE di un gruppo di quartiere in cui i compiti sono stati redistribuiti. Ci sono intere famiglie che non escono più di casa, e i vicini fanno la spesa per loro, portano fuori la spazzatura, lavano i panni per chi non ha una lavatrice e deve usare quelle a gettoni. Questa organizzazione capillare esiste in tutta la città. Comprende anche gruppi di osservatori che, sfidando il freddo estremo di Minneapolis, presidiano le zone a maggiore concentrazione di immigrati, armati di fischietti e megafoni per lanciare l’allarme: «La migra, la migra».

Tutti si sentono in dovere di fare qualcosa e, esattamente come sotto un’occupazione, bisogna sabotare le manovre degli occupanti usando le armi a disposizione. L’acqua è una di queste.

 IL MINNESOTA è noto come «la Siberia d’America». In inverno le temperature percepite scendono sotto i 20 gradi sotto zero. Per costringere gli agenti dell’Ice a ritirarsi, i residenti lanciano palloncini pieni d’acqua. L’acqua viene anche versata davanti ai mezzi: ghiaccia immediatamente, fa slittare le auto, rallenta le operazioni. «La maggior parte degli agenti non è di qui – spiega Kristin, 38 anni – Arrivano dal Sud, dal Texas, dalla Florida. Non sanno gestire il freddo. Online circolano video di agenti che cadono sul ghiaccio. Sono esilaranti».

 Questo è un concetto che si sente ribadire spesso: il freddo estremo del Minnesota è considerato un alleato prezioso dai cittadini. Proprio per questo il Pentagono ha ordinato a circa 1.500 soldati in servizio attivo in Alaska di prepararsi per un possibile dispiegamento in Minnesota, in caso Trump invochi l’Insurrection Act. Truppe addestrate a operare in condizioni climatiche estreme, pronte a rafforzare un apparato già imponente.

IL SINDACO di Minneapolis, Jacob Frey, ha definito «ridicolo» qualsiasi impiego militare, sostenendo che non farebbe che aggravare le tensioni, in una città dove l’amministrazione Trump ha già inviato 3.000 agenti su una popolazione di 420.000 abitanti.

 In questo contesto l’imperativo condiviso è uno solo: mantenere la calma. Il ricordo delle proteste per George Floyd è ancora vivo. Le notti di scontri, gli incendi, la repressione. Tutti sanno che un’escalation offrirebbe al governo il pretesto per alzare ulteriormente il livello di scontro. «È quello che vuole Trump – dice Shari, maestra di yoga trapiantata a Minneapolis da Kansas City – fare scoppiare un casino per poter invocare l’Insurrection Act. Per ora non gli sta riuscendo. Quando sabato un influencer di destra è venuto a fare una manifestazione (Jake Lang, ndr), c’erano una ventina di fascisti con lui e 300 contromanifestanti che l’hanno fatto scappare».

 PARLANDO con gli abitanti emerge un sentimento di orgoglio e determinazione. Tutti fanno la propria parte. Gli studenti bianchi delle superiori accompagnano a scuola i bambini immigrati. I medici effettuano visite a domicilio. «Molti pazienti stanno rinunciando alle cure – racconta Laura, infermiera – Ed è difficile anche per noi. Come puoi lavorare con un uomo armato a due passi, o visitare qualcuno sapendo che nella stanza accanto un paziente viene portato via in lacrime?».

 LA DISTINZIONE tra attivismo organizzato e società civile è saltata. A partecipare alla resistenza è l’intera città. Non solo attraverso le grandi manifestazioni, ma con una costellazione di azioni quotidiane, diffuse, difficili da reprimere.

Gli attivisti di MN50501 si muovono in gruppi di due o tre persone. Usano binocoli e analisi dei dati dei voli commerciali per monitorare i voli di espulsione, che non vengono resi pubblici. Si appostano sulle rampe dei parcheggi dei terminal dell’aeroporto. Tra la fine del 2025 e l’inizio del 2026 hanno segnalato un aumento significativo delle operazioni: fino a cinque voli in una sola settimana. Le informazioni che ottengono vengono pubblicate su Reddit e nelle chat Signal. È così che si è scoperto che da qualche giorno l’Ice ha allargato le operazioni e ha iniziato a controllare i documenti di viaggiatori e dipendenti dell’aeroporto.

 Davanti al Mercado General, mercato coperto gestito interamente da immigrati, piccoli presidi con megafoni sono presenti a ogni ora del giorno, pronti a dare l’allarme in caso di arrivo dell’Ice.

 POCO DISTANTE si trova il luogo dove è stata uccisa Renee Nicole Good. Qui vive Lynette, docente universitaria in pensione. Il giorno dell’omicidio era in casa. Ha sentito i fischietti ed è uscita. Ha assistito agli spari, ha visto gli agenti dell’Ice impedire l’arrivo di un’ambulanza. «Avevano le pistole puntate in aria. Altri tenevano in mano delle bombolette di gas lacrimogeno – ricorda – E continuavano a spingerci sempre più lontano. Sono furiosa perché se non avessero ostacolato i soccorsi, e so che c’era un medico sul posto, forse Renee sarebbe sopravvissuta. Non riesco ancora a crederci. Nessuno di noi qui riesce a credere che sia successo. Ora stiamo monitorando la situazione. Sembra che cambi di giorno in giorno. Sembra che l’Ice stia spostando le operazioni nei sobborghi e nelle cittadine più piccole. Forse il freddo li tiene lontani. Ci sono manifestazioni continue vicino alla loro sede, accanto all’aeroporto. Io mi sono unita a un coro che va nei quartieri dove vivono gli immigrati chiusi in casa e cantiamo canzoni di solidarietà. Ma, più di tutto, stanno nascendo gruppi di quartiere per tenersi informati. Ho trovato un volantino nella cassetta della posta, da una persona che abita nella stessa strada, e che sta mettendo insieme un gruppo di persone che vivono in questo isolato, e lo stanno facendo anche quelli che vivono dall’altra parte della strada. Abbiamo molta paura che arrivino agitatori esterni, come i gruppi di suprematisti bianchi, speriamo solo di riuscire a mantenere la calma.

 IMMAGINE: Agenti Ice sparano colpi di gas lacrimogeni, proiettili al peperoncino e granate stordenti contro i manifestanti a Minneapolis – foto Dave Decker/Ansa

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