LA BOLOGNA CHE RISPONDE, COSA HO CAPITO AL PILASTRO

di LUCA BOTTURA - Domani - 22/07/2026
De Pascale, Lepore, Schlein. Persino Conte. Andate al Pilastro. Magari non in pompa magna, magari senza photo-opportunity, magari per ascoltare e provare a comprendere. Chissà che non ci troviate l’abbrivio di un’Italia diversa.

De Pascale, Lepore, Schlein. Persino Conte. Andate al Pilastro. Magari non in pompa magna, magari senza photo-opportunity, magari per ascoltare e provare a comprendere. Chissà che non ci troviate l’abbrivio di un’Italia diversa

 Alla fine sono andato al Pilastro. Che non è Corviale, il Gratosoglio, Le Vele. Ci sono i campi sportivi, verde, un centro sociale che fa cultura, un centro commerciale costruito come si usava a Bologna negli anni Settanta: la posta, l’Aci, ambulatori, servizi. Ma resta un’utopia non realizzata. Tubi di cemento, alveari di persone. Costruiti per ospitare i migranti del Sud e, oggi, pieni di un’umanità multietnica composita e normale. Proletaria, oserei dire. O post-proletaria, ché il mondo – dacché abbiamo “perso” il G8 del 2001 – è molto più pieno di poveri.

 Alla fine sono andato al Pilastro. Mi avevano invitato a vedere il cosiddetto scempio di una piccola area verde che il Comune adibirà a museo per i bambini. Non ero andato perché non è uno scempio, e ritenevo (ritengo ancora) che fosse sbagliato contestarlo sfasciandone i cantieri. Giocando per sovrammercato al conflitto sociale, senza voti e senza un progetto fungibile. Sono anziano, non riesco a essere massimalista. Chiedo scusa.

 LA VEGLIA

Alla fine, con moglie e figlia, sono andato al Pilastro. Per la veglia in memoria di Abderrahim Fakir. Ho ascoltato. Un ragazzo ha preso la parola, ha raccontato che ora vive fuori Bologna, che ha due figlie coi capelli chiari, che quando è andato per la prima volta al parco, a Granarolo, hanno chiamato i carabinieri perché c’era un marocchino rapitore. Ha detto che lui, ancora oggi, si sente del Pilastro. E vuole urlarlo. Che integrazione non significa assimilazione. Più lucido di molta “sinistra” che non sa più cosa dire a lui, ma neanche a me.

 Ho sentito un altro giovane uomo maghrebino, davanti alla mastodontica caserma dei carabinieri appena aperta nel quartiere, lamentarsi della risposta solo militare alla richiesta di sicurezza: «Dite che venite a proteggerci, invece ci ha ammazzate». Ho visto il fratello del ragazzo morto durante l’intervento della polizia chiedere giustizia e non vendetta. Composto, umano. Ho percepito un senso di comunità imperfetta e fiera. Lontana dall’epopea mediatica dei cosiddetti maranza. Che a Bologna si chiamavano maragli. Parlavano con accento del Sud, invece che arabo. E respiravano la stessa diffidenza, ribaltandola allo stesso modo. Da adolescente mi affettarono un dito con una lametta: volevano colpire la borsa piena di marchi in cui infilavo, come tutti, i libri di scuola.

 Sono andato al Pilastro a vedere Bologna che risponde. Come lunedì 20 luglio, in piazza, chiamata dal Comune e dalla Regione. Come quando onoravamo i morti di Italicus, Due Agosto, Uno Bianca, i tre carabinieri uccisi proprio al Pilastro: loro continuano con la strategia della tensione, a “coprire le spalle”. Noi continuiamo a reagire. Come la nipote di Fakir, che davanti alle foto dei partigiani caduti, in piazza Re Enzo, ha chiesto verità tra lacrime e nitore. Sembrava Rosaria Schifani dopo Capaci.

 Sono andato al Pilastro, e forse ho compreso qualcosa in più. Che regalo al mio sindaco: il Pilastro si oppone al Museo dei bambini perché lo vive come una colonizzazione. Ora: non so come si possa cambiare la narrazione senza rinunciare a un progetto giusto, ma bisogna provare. Per rispetto e attenzione a una comunità ferita, assediata, eppure identitaria. Gente che fa il lavoro di cui siamo sempre meno capaci: indignarsi. Persone che dobbiamo tornare a chiamare col loro nome – risorse, cittadini – per sottrarci alla narrazione fascio-sovranista che è subito andata a vedere la fedina penale della vittima. E allora? Meritava la pena di morte?

 I “VOSTRI” VOTI

Giorni fa il presidente della Regione Emilia-Romagna, Michele de Pascale, ha rilasciato un’intervista a Repubblica. Parlando, lo fa spesso, di sicurezza. In passato aveva anche aperto a ulteriori centri di detenzione per migranti a Bologna, offerti da Matteo Piantedosi. Diceva, nell’intervista, che lui non insegue la Destra, ma anche che non possiamo sempre rispondere ai delitti chiedendo di rimuovere le condizioni che creano disagio e crimine. Mi ha spaventato.

 Ho sperato di aver frainteso il clamoroso cedimento culturale. Cos’altro deve fare una qualunque forza progressista se non cercare di rimuovere (attenuare?) la forbice sociale? Persino, se ha smesso di crederci, per ragioni biecamente elettorali: ché non vincerete mai le elezioni coi voti dei Mario Roggero. Vi disprezzano. Forse ci riuscirete, e sottolineo “forse”, se e quando ritroverete i voti dei “vostri”, specie di chi non ci va proprio più, alle urne.

 Perché la scelta, oggi, è tra l’Italia di Rete 4 e quella di chi sa che al Pilastro c’è esattamente chi un tempo votava a sinistra. I post-proletari, appunto. Che vanno recuperati alla politica. Gente che ha bisogno di una rappresentanza sincera, onesta, coerente. Efficace. Non velleitaria né strumentale come chi cerca di intestarsela. E coraggiosa, per controbattere l’umanità in coma etico di chi ieri esultava sui social.

 De Pascale, Lepore, Schlein. Persino Conte. Andate al Pilastro. Magari non in pompa magna, magari senza photo-opportunity, magari per ascoltare e provare a comprendere.

 Chissà che non ci troviate l’abbrivio di un’Italia diversa.

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