Gaza, Palestina!

di Stefano Paterna - lacittafutura.it - 21/05/2024
La causa degli abitanti di Gaza, dei contadini palestinesi della Cisgiordania è divenuta la causa di chi si batte per una società più giusta in Italia, negli Stati Uniti, in Germania, in Francia e in tutto il mondo.

Mentre a Gaza si muore sotto le bombe o per la fame, mentre in Cisgiordania, quella che una volta si chiamava West Bank, i palestinesi vengono cacciati come prede dai coloni israeliani, in tutto il mondo risuona il grido di: “Palestina Libera”.

Come accadde tra gli anni '60 e '70 per il Vietnam e poi in seguito, in parte anche per il Cile, una causa internazionale diviene anche la causa di tutti gli oppressi.

Come per una commozione istintiva contro l'orribile massacro che il governo dell'estrema destra sionista sta perpetrando contro il popolo palestinese in tutto il mondo si moltiplicano le mobilitazioni generose di una generazione di giovani di studenti, di lavoratori, di donne, di discriminate/i di genere.

“Non guardo dall'altra parte”

Al contrario di ciò che va sbandierando la propaganda sionista e soprattutto dei “sionisti dell'ultima ora”, la molla che spinge le masse giovanili a mobilitarsi per la causa palestinese non è un rigurgito di antisemitismo, un impulso abietto finora sopravissuto tra le file di tanti neo-fiancheggiatori del governo Netanyahu. È, piuttosto, la coscienza di non poter accettare come dato ineluttabile l'ennesima violenza perpetrata, da uno Stato armato di tutto punto contro un popolo intero: donne e bambini per primi.  È come se questa enorme goccia costituita dalla violenza dei bombardamenti, delle uccisioni più o meno mirate di volontari e medici, di deportazioni e ammassamenti di persone una sull'altra, di rischio di epidemie, di fame e di sete, avesse colmato il recipiente del tollerabile delle coscienze. 

Se oltre alla precarietà del lavoro, all'insicurezza nel lavoro, alla violenza su chi ha opzioni e stile di vita diversi dalla maggioranza, alla sanità e alla scuola sempre più definanziati, ora questa epocale mattanza fosse troppo, fosse inaccettabile.

E, poi, da parte di chi si mobilità c'è la volontà, la determinazione di non dover dire ai propri figli in futuro: “io c'ero, ma ho guardato da un'altra parte”. Quello che è accaduto tante volte nella storia il dimenticare, il continuare a vivere la propria vita di fianco alla tragedia di un popolo piccolo, debole e straziato, questa volta non sta accadendo. La vergogna e il dolore sono sotto gli occhi di tutti. Nudi. E la macchina infernale dei mass-media non riesce a occultare l'orrore e i doppi standard. L'ipocrisia si è materializzata e si taglia con il coltello.

L'identificazione

Che la causa degli abitanti di Gaza, dei contadini palestinesi della Cisgiordania sia divenuta la causa di chi si batte per una società più giusta in Italia, negli Stati Uniti, in Germania, in Francia e ovunque, è molto chiaro a chi ha in mano le leve del potere in questo momento.

Lo si capisce molto facilmente dall'uso dei manganelli e dalla larghezza del loro impiego nelle occasioni di mobilitazione. Il vessillo dello stato-fantasma di Palestina è divenuta per trasmutazione la bandiera del moderno “Quarto Stato” e, pertanto, viene accolta come fumo negli occhi dai governi occidentali.

Lo si capirà ancora meglio con le elezioni Usa d'autunno dove i democratici percepiscono sempre più il fragore della sconfitta dovuta alla mobilitazione di una fetta consistente del loro elettorato contro la politica di Biden di non opposizione (diciamo così) alla “guerra di  Netanyahu".

Come ciò sia accaduto sarà materia di riflessione per studiosi che non vogliono accontentarsi di un pensiero digerito dai “think tank” maggiormente di moda ad uso di giornali, tv e social media.

Il dato di fatto è intanto questo: la situazione di Gaza, la situazione della Palestina, è divenuta il prisma attraverso il quale molti settori di classe e molte opinioni pubbliche nel mondo guardano alla loro propria condizione, alle loro proprie miserie, all'inaccettabilità di una situazione che affligge la maggioranza dei popoli.

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