Il kit di sopravvivenza della commissaria europea

di Sergio Labate - volerelaluna.it - 03/04/2025
Mentre buona parte dei cittadini non ha più di che mangiare o di che curarsi, una commissaria europea diffonde un video per informarci che su di noi incombe il pericolo di morire e sollecitarci a preparare un kit di sopravvivenza.

Ricordate il film Don’t look up? Correva l’anno 2021 e il mondo intero era ancora sotto lo shock del Covid. L’apocalisse era tornata tra noi e, con lei, la storia. Penso spesso alle generazioni che sono diventate adulte in questi ultimi cinque anni. La mia generazione – se dovesse rispondere a domande un po’ stupide del genere: “quali eventi sono stati così storicamente importanti che ricordi con precisione dov’eri in quel momento?” – avrebbe buon gioco nel dire: la caduta del muro di Berlino, l’attentato delle Torri gemelle (e il mondiale di calcio del 2006, ovviamente). Per vent’anni la storia sembrava sussultare ogni tanto. E niente più. Per le generazioni di adesso, la storia è diventata quasi una compagna quotidiana e molto premurosa: in cinque anni non gli ha fatto mancare nulla di ciò che per noi era semplicemente inimmaginabile. Dalla “fine della storia” alla “storia, anche basta per un po’ per piacere”. Ma a quanto pare, la storia non vuole darci tregua.

Ma torniamo al film. La storia è tornata, ma anche l’apocalittica? La tesi del film la ricordiamo tutti: la fine del mondo è vicina, ma nessuno ci crede, per pigrizia, per comodità, per interesse, per superficialità. Una tesi che in quel periodo sembrava anche condivisibile: i ricchi erano troppo impegnati a diventare ancora più ricchi e i potenti ancora più potenti per potersi occupare davvero della fine del mondo. Che tanto poi i ricchi e i potenti trovano sempre un modo per salvarsi. Il film mi è tornato in mente dopo aver visto lo straniante video di una commissaria europea che, tra frizzi e lazzi, ci mostrava quel che dal suo punto di vista dovrebbe essere un kit di sopravvivenza che deve stare a portata di mano di tutti gli europei. Perché – anche se allo stato attuale nessuna nuova guerra è imminente nei nostri confini, nessuna pandemia si sta riproponendo se non potenzialmente, nessuna minaccia atomica è all’orizzonte – è sempre meglio stare accorti, predisporsi al micidiale, credere all’imminenza della fine del mondo. Qualcosa è cambiato, è evidente. Se cinque anni fa il messaggio era che nessuno aveva tempo da perdere per prendere davvero sul serio la minaccia della propria sopravvivenza, oggi il messaggio che nel video ci viene trasmesso è che dobbiamo spaventarci ed essere pronti a tutto. Dobbiamo credere alla possibilità della fine del mondo, anche quando questa possibilità non sembra allo stato attuale così concreta. Ecco, nonostante quel video abbia tanti profili scandalosi dal punto di vista estetico, etico, formale, questa variazione ideologica del messaggio che le élites dominanti decidono di trasmettere alle classi subalterne mi pare il dato politicamente più significativo.

Capire le ragioni di questo rovesciamento della narrazione dominante non è semplice. Certo, non possiamo non riconoscere che nella letteratura finzionale – a partire dal cinema e dalle serie tv – quest’angoscia radicale è messa in scena ormai da anni con tanta enfasi. Le grandi industrie dell’intrattenimento abbondano di fiction in cui una qualunque catastrofe naturale o artificiale mette a nudo la fragilità della nostra convivenza. Il nostro immaginario sociale è dunque già preparato a questa svolta. Se dovessimo chiedere alle nuove generazioni di indicarci una serie tv “apocalittica”, avrebbero solo l’imbarazzo della scelta. Tra meteoriti, zombies e altri tipi di morti viventi, extraterrestri ostili, virus letali, guerre estreme ordite da dittatori brutti e cattivi, animali che si vendicano contro lo specismo che hanno subito per millenni… l’apocalisse è apparecchiata e servita on demand e ha pure un certo successo come i ristoranti stellati. Eravamo pronti dunque: chi ha pensato e poi girato quel video lo sapeva bene. Era solo questione di tempo.

Ma, di nuovo, che tempo è questo che giustifica un tale salto di qualità del messaggio ideologico? La mia ipotesi di risposta ha a che fare con la repentina e inspiegabile trasformazione dell’economia europea in una economia di guerra senza guerra. Le conseguenze sociali di questa economia di guerra senza guerra sono facilmente prevedibili, nonostante le rassicurazioni sfacciate e vergognose di Bor-der-line sulle pagine del Corriere della Sera. Il problema è che il Welfare, che stiamo rottamando per rimpinguare le casse delle grandi imprese belliche, era il collante del legame sociale. Senza Welfare, non c’è più controllo. Perché dovrei ancora riconoscere come legittimo il patto sociale che mi lega a una sovranità se non ottengo più nulla in cambio? In termini più tecnici, stiamo assistendo al tramonto della biopolitica e alla definitiva consacrazione della sua variazione più crudele, la tanatopolitica. La sovranità non si occupa più della nostra vita, ma è interessata solo alla nostra morte. Letteralmente, non vuole più farci vivere e lasciarci morire, ma farci morire e lasciare la nostra vita a se stessa. Anche questa è una conseguenza simbolica ma non per questo meno concreta della follia dell’Europa che si riarma: la morte non è più un fatto privato, ma l’unico fatto politico che interessa. Essere cittadini non vuol dire più essere curati, istruiti, diagnosticati, sorvegliati, puniti, indottrinati. Essere cittadini significa di nuovo essere pronti a morire (o, al limite, a sopravvivere)In un sistema del genere, solo la paura potrà assicurare il controllo sociale. La nostra fedeltà al governo europeo non potrà avere alcuno spartito se non quello del terrore per una minaccia preventiva e generalizzata. E infatti non veniamo istruiti circa il motivo fattuale della minaccia: sappiamo solo di doverci preparare al peggio, senza che questo peggio possa aver nome. Qualcuno, più cinico di me, obietterà: ma le democrazie moderne non sono state sempre forme di governo della paura? La mia risposta l’ho già anticipata: la paura ha esercitato una funzione importante, ma non esclusiva né egemonica. Non era perché avevamo paura di morire che si andava a votare, ma perché ci si aspettava di avere in cambio qualcosa che producesse del meglio nelle nostre vite. L’Europa che baratta questo fondamento del patto sociale con il terrore generalizzato è un’Europa contro se stessa.

C’è un altro elemento che vorrei sottolineare. Può sembrare una sfumatura, ma temo non lo sia affatto. I nuovi mostri non fingono neanche di provare empatia mentre ci annunciano in un giorno qualsiasi della settimana che da adesso in poi dovremmo pensare soprattutto a sopravvivere. Ciò che questo significa concretamente, non sembrano nemmeno immaginarlo. La morte dei sudditi non è più un caso serio. Quel video, gli occhi brillanti e festanti della Commissaria, la pornografia del suo ridere sguaiatamente mentre ci annuncia che siamo tutti e subito a rischio, sono tutti segnali di un problema psichico non irrilevante, un vero e proprio sintomo dissociativo. Si chiama “derealizzazione”: la perdita completa di ogni contatto col principio di realtà. Questo sintomo dissociativo non è più individuale, è sociale. Più precisamente: è politico. Quel video lo sta a dimostrare chiaramente: mentre, nella realtà, buona parte dei cittadini europei non ha più di che mangiare o di che curarsi, una politica ha il coraggio di inviarci un video scherzoso e divertente – come fosse un reels di TikTok, perché è l’unica cosa che i suoi esperti di comunicazione le avranno suggerito – per dirci che possiamo morire. E non per una disgrazia, una malattia, un fatto individuale. Ma perché la nostra morte è diventata il nuovo terreno di battaglia su cui l’Europa vuole gettare le sue nuove fondamenta. Fondarsi su un cimitero, in pratica. Un’Europa necrofila che si sostituisce a quella biopolitica.

Infine, se dovessi riassumere la grande differenza tra il film di cinque anni fa e il video di oggi direi che sta nell’estremizzazione del realismo capitalista. Una categoria fortunata di Mark Fischer, per dire semplicemente che possiamo credere alla fine del mondo, ma non alla fine del capitalismo. Ecco, il film di cinque anni fa delegittimava in parte il realismo capitalista: non ci interessava ancora credere nella fine del mondo, ci bastava concentrarci sulla vita eterna del capitalismo. Don’t look up! Non guardiamo sopra di noi, anche se la fine del mondo sta arrivando.

Invece il video di questi giorni non solo non contesta il realismo capitalista ma lo radicalizza: non è più una questione di possibilità, ma di dovere. Dobbiamo credere nella fine del mondo, per non mettere in dubbio né rivolgere le nostre attenzioni al capitalismo predatorio e bellico che si è mangiato l’Europa. C’è un modo più efficace per farci distogliere lo sguardo che dirci che l’apocalisse è imminente, qualunque essa sia? Look up! Guarda sopra di noi, anche se ancora non c’è segno di minaccia: intanto distoglierai lo sguardo dagli affari sporchi del capitalismo. È per questo che non sottovaluterei il video. Quel che tendiamo a minimizzare come surrealismo, non è che l’iperrealismo di un capitalismo che sta gettando tutte le sue maschere civilizzate per mostrarsi per ciò che è: un sistema di morte e barbarie.

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Domenico Gallo
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