L’Europa non è mai stata un continente di pace

di Laura Tussi - 02/01/2026
La memoria storica mostra chiaramente che la pace europea non è mai stata una tradizione consolidata, ma un obiettivo fragile e spesso tradito.

Da sempre, gli scontri religiosi hanno alimentato azioni estreme. La posta in gioco era percepita come la più alta possibile: la salvezza eterna. Per questo, radicalismi, efferatezze e guerre condotte in nome della religione sono state spesso giustificate con motivazioni politiche. Le cosiddette “guerre di religione” hanno infatti spesso celato interessi territoriali, economici e strategici più che motivazioni spirituali.

Questo è evidente nei violenti conflitti religiosi che segnarono profondamente l’età moderna, non solo in Francia nella seconda metà del Cinquecento, ma in tutta Europa, dove le guerre religiose intrecciarono dinamiche politiche, militari e teorie dottrinali.

Filippo II di Spagna dedicò la potenza e le immense ricchezze del suo regno alla difesa del cattolicesimo e all’affermazione della supremazia spagnola in Europa. Intraprese, senza successo, una lunga guerra contro i Paesi Bassi protestanti e tentò di sottomettere l’Inghilterra di Elisabetta I, la cui flotta (l’Invincibile Armata) subì una pesante sconfitta. Spinto dal fanatismo religioso, espulse dal regno ebrei e moriscos, colpendo i gruppi sociali più dinamici. Questa politica ebbe un impatto devastante sull’economia spagnola: le tasse aumentarono, le ricchezze coloniali furono dilapidate per le spese militari e gran parte delle risorse umane furono destinate all’esercito invece che all’agricoltura e all’industria.

In Inghilterra, dopo la breve parentesi del regno cattolico di Maria I Tudor, salì al trono Elisabetta I, protestante, sotto la cui guida (1558-1603) il paese visse un periodo di splendore: la Chiesa anglicana si affermò definitivamente, la manifattura tessile si sviluppò, il commercio marittimo crebbe sotto la protezione della Royal Navy e la cultura raggiunse apici straordinari con autori come William Shakespeare.

La Francia, invece, alla fine del Cinquecento fu lacerata dalle guerre tra cattolici e protestanti (ugonotti). Il re Enrico IV di Borbone pose fine ai conflitti, convertendosi al cattolicesimo e promulgando l’Editto di Nantes (1598), che garantiva ai protestanti la libertà di culto.

Nel frattempo, le province protestanti dei Paesi Bassi, ricche città mercantili sotto il pesante dominio spagnolo, si ribellarono e, guidate da Guglielmo d’Orange, ottennero l’indipendenza con la nascita del nuovo Stato dell’Olanda nel 1609.

Le guerre religiose europee hanno lasciato un’eredità complessa: hanno forgiato relazioni tra le chiese e dimostrato quanto una religione basata sull’amore e la pace potesse essere strumentalizzata per giustificare conflitti. Sin dalle sue origini, la Chiesa cattolica ha oscillato tra il privilegiare il combattimento spirituale e il coinvolgimento nella guerra: dalle guerre sante medievali alla “guerra giusta” delle monarchie europee, fino agli apparati ecclesiastici della Prima Guerra mondiale, che spesso assecondarono nazionalismi e bellicismo.

Oggi, l’idea di un’“Europa continente di pace” appare più un mito che una realtà storica. Il continente non ha mai conosciuto una pace duratura e, nel XXI secolo, la sua militarizzazione crescente, il riarmo sostenuto dalla NATO e la presenza di arsenali nucleari rendono l’Europa sempre più un continente guerrafondaio, dove i conflitti non sono solo esterni, ma anche interni, alimentati da interessi geopolitici, economici e militari. La memoria storica mostra chiaramente che la pace europea non è mai stata una tradizione consolidata, ma un obiettivo fragile e spesso tradito.

In questo contesto, la Chiesa e le istituzioni religiose sono nuovamente chiamate a confrontarsi con una sfida storica: come rispondere alla guerra e alla violenza in un’epoca in cui la distruzione nucleare e la corsa agli armamenti minacciano la sopravvivenza stessa dell’umanità.

Laura Tussi

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