Il 26 gennaio scorso, la Commissione europea ha proposto per l’approvazione del Consiglio europeo (che ratificherà entro fine febbraio) la seconda parte dei piani di assistenza finanziaria per la difesa presentati da diversi Paesi. Salgono così a 16 i Paesi che potranno accedere ai prestiti relativi al Safe (Security action for Europe), un fondo di 150 miliardi, prima tappa dei complessivi 800 miliardi che l’Unione europea ha deciso di mobilizzare per dare vita al piano Readiness 2030, che dovrebbe portarci ad essere pronti a combattere fra quattro anni.
Fra questi Paesi c’è l’Italia, che entro marzo riceverà i 14,9 miliardi di euro richiesti.
Sempre a marzo è attesa dal governo italiano l’uscita dalla procedura di infrazione per deficit eccessivo, passaggio che permetterà al nostro Paese di aumentare le spese per armamenti nella misura del 1,5% del Pil all’anno per quattro anni in deroga al patto di stabilità. Si tratta di due passi concreti per la transizione verso quell’economia di guerra, vista dall’Unione europea come unico destino del continente. Sono tuttavia due passi che, paradossalmente, fanno franare il castello di carte della narrazione liberista: nessuno potrà più raccontare la favola che «non ci sono i soldi», né potrà più giustificare le politiche di austerità con l’inamovibilità del patto di stabilità.
Se si trovano centinaia di miliardi per le armi e se questi finanziamenti possono essere erogati fuori dal patto di stabilità, il terreno delle risorse e della loro destinazione diviene contendibile e parte essenziale del conflitto politico e sociale. Il prossimo passo, cui l’Ue sta lavorando da tempo, ha l’obiettivo di convogliare i risparmi delle persone nel finanziamento alla guerra. Secondo la Commissione Europea, il 31% dei i risparmi individuali dei cittadini del vecchio continente è oggi depositato in contanti o in depositi a basso rendimento. Si tratta di 11.630 miliardi di euro (1.580 dei quali in Italia) che devono essere indirizzati al finanziamento della difesa e della produzione di armi.
Nasce da qui la serie di misure per «semplificare» e unificare il mercato dei capitali all’interno dell’Unione, così come il sostegno a fondi finanziari privati che gestiscono il risparmio e finanziano l’industria della difesa (il primo, Sienna hephaistos private investments, con sede a Lussemburgo, già finanziato nel settembre 2025), la previsione di appositi prodotti finanziari, semplici e a basso costo, che stimolino le persone a diventare investitori, l’estensione abnorme della definizione di sostenibilità degli investimenti, che include ovviamente il finanziamento dell’industria bellica.
La stretta sui fondi pensione, verso cui si vuole convogliare il Tfr di lavoratrici e lavoratori col meccanismo truffaldino del silenzio-assenso, va nella medesima direzione. Un attacco a tutto campo, con l’obiettivo, grazie al riarmo e alla guerra, di completare la finanziarizzazione dell’economia, della società e della vita delle persone.
Le quali persone continuano a non arruolarsi, come in una recente audizione ricordava, con un certo disappunto, Rob Murray, ex-capo dell’innovazione Nato: «Nonostante l’invasione dell’Ucraina da parte della Russia e le crescenti tensioni geopolitiche con la Cina, l’opinione pubblica, in molte nazioni europee, continua a dare priorità alla spesa per sanità, istruzione e infrastrutture pubbliche rispetto alla difesa. Ed è improbabile aspettarsi cambiamenti».
C’è una grande occasione per aumentare il disappunto di generali, finanzieri, mercanti d’armi e politici autoritari: il 28 marzo a Roma (e contemporaneamente a Londra e in tutte le città degli Usa) una grande manifestazione Together No Kings porterà in piazza la società che non solo non si arrende a un destino di guerra e fascismo, ma batte il tempo della libertà e del futuro collettivo.


