Cosa è possibile fare in meno di un anno per chiudere questo capitolo brutto del neofascismo al potere? Controlliamo i tempi. Meno di un anno perché a giugno 2027 sarà tutto fatto da un pezzo: la data che circola in questi giorni per le elezioni anticipate è l’11 aprile 2027, due giorni dopo il 9 aprile, giorno in cui scatterà la soglia minima per la maturazione del diritto alla pensione parlamentare. Non in concomitanza né dopo le comunali di maggio perché la Meloni teme una ricaduta dei risultati delle amministrative sulle politiche.
Sostanzialmente, in comuni come Roma, Milano, Napoli, Bologna e Torino ora amministrate dal centrosinistra si respira aria di riconferma, ergo, meglio fare prima le politiche, così se vincerà la destra l’influenza potrebbe essere inversa. Sagace. Si registra altresì una brusca accelerazione per l’approvazione della nuova legge elettorale che il Governo vorrebbe approvata e in vigore in questa pausa estiva per non dare l’impressione che si vogliano cambiare le regole del gioco a partita avviata, ma fa un po’ ridere: la campagna elettorale è iniziata da un pezzo.
Le difficoltà della Meloni e il rebus Vannacci
La maggioranza non gode ottima salute, questo è vero, dal fallimento complessivo del suo progetto alla sonora sconfitta subita al referendum costituzionale, si aggiunge ora la sfida di Vannacci e la Meloni e Salvini sono ora impegnati a decidere chi di essi è il più fascista. Dubito fortemente, tuttavia, che si romperà il fronte del centro-destra: c’è di nuovo che la premier dovrà fare i conti anche con Vannacci che potrebbe correre da solo puntando a superare il 3%. Sarebbe una strada pericolosissima che non credo la Meloni vorrà percorrere, ma nemmeno Vannacci. Troveranno senz’altro la quadra. Ciò che mi preoccupa, invece, è cosa succede nel cosiddetto “centro-sinistra” o “campo largo” che dir si voglia.
Non gradisco nessuna delle due definizioni perché piene di ambiguità. Per definire uno schieramento unitario capace di destare l’interesse del popolo del NO e dei giovani che fra meno di un anno voteranno per la prima volta, queste definizioni sono inadatte perché stantie, incomprensibili e prive di identità. Le parole sono importanti. “Centro-sinistra”, ma chi sarebbe il centro e chi la sinistra? Nei giorni scorsi, ad esempio, intervistato da Vespa, Conte si definiva “progressista” e non “di sinistra” argomentando in modo corretto, ma se lo chiedi alla Meloni magari ti dirà di essere progressista anche lei, perché no? Essa si sente proiettata nel futuro della nazione fascista.
Il “campo largo”, poi, sembra la quint’essenza dell’ambiguità: oltre che la presenza di forze di sinistra propriamente intese, sembrerebbe comprendere tutte le galassie: dal nuovo “movimento” della Picierno (dove si colloca anche Calenda) a quello di Onorato dove non si colloca Renzi, ma non per questo brilla per chiarezza di contenuti. Sono definizioni ambigue, appaiono come una rinuncia ad attrarre l’attenzione dell’immenso fronte del NO. Questo fronte esiste e si riversa nelle piazze del nostro Paese ogni qualvolta c’è da difendere la Costituzione e la natura antifascista della Repubblica. Alfiero Grandi suggerisce “alternativa per la Costituzione” (leggi qui) che in sé chiarisce tutto. Anche cosa sia la sinistra vera: una volta la Costituzione era odiata solo dai fascisti, oggi la odia chiunque la voglia violentare o stravolgere, a prescindere dai colori.
Il momento che viviamo è particolarmente delicato perché gli scenari possibili sembrano essere due e la chiarezza è necessaria più che mai. Nel primo scenario potrebbe ipotizzarsi la presenza al voto della prossima primavera, da un lato, uno schieramento di destra variegato ma unito in un’unica coalizione con la Meloni come capo, dall’altro, un campo larghissimo che va da Fratoianni a Calenda passando per Renzi, la Picierno, Monti, Fiano e via dicendo, con un capo-coalizione ancora da individuare, forse con le primarie che qualcuno dice, se passa il “melonellum”, sarebbero inevitabili. Ma perché? Ci vuole uno slancio politico positivo per individuare un nome comune. Sarebbe un grande segnale per i giovani e tutto il popolo del NO.
Che cosa vuol dire che il “programma è la Costituzione”
In questo scenario non c’è niente di rassicurante: Vannacci sarà nella coalizione di centro-destra avendo posto delle condizioni per evitare alla Meloni la sconfitta sicura. Se si presenta da solo, infatti, il rischio pe la destra è duplice: un travaso verso il generale che potrebbe non entrare in Parlamento e il non raggiungimento del 40% per la coalizione. Nel centro-sinistra, invece, ci sarà il massimo della confusione: che programma sarà stato scritto? Chi lo avrà scritto? Il programma è la Costituzione? Lo dice Elly Schlein intervistata da Repubblica il 15 giugno. Certo, in senso metaforico. Il programma va fatto con la gente, ma come? Quali componenti lo avranno condiviso? Soprattutto, sarà un programma per la democrazia costituzionale oppure, essendo condiviso anche da personaggi come Renzi, Picieno e Calenda, ad esempio, sarà vago, impreciso, contraddittorio per mettere tutti d’accordo? In questo scenario, per concludere, ci sarebbe solo da sperare in una botta di orgoglio dell’elettorato di sinistra, ora passivo, che potrebbe tapparsi il naso e votare questa accozzaglia chiamata “campo largo” solo per cacciare i fascisti dal Governo.
Il secondo scenario che potrebbe prospettarsi, pur essendo meno probabile, vedrebbe, da un lato lo stesso schieramento di destra sopra descritto, ma a sinistra potrebbe formarsi, anche per il cristallizzarsi delle formazioni di centro che sono ancora in movimento, un chiaro orientamento di sinistra costituzionalista, ma perché questo avvenga ci sarebbe bisogno anche di necessari chiarimenti sul senso più profondo della democrazia costituzionale: sul pacifismo dell’art. 11; sulla Repubblica del lavoro; sul pareggio di bilancio in Costituzione; sull’antisemitismo e il genocidio del popolo palestinese; sulla Repubblica delle autonomie e il cosiddetto regionalismo differenziato; sulla legge elettorale proporzionale secca e il ritorno a un Parlamento rappresentativo di tutto il popolo; sulla transizione sostenibile; sulla tassazione progressiva e tante altre cose.
Questo orientamento lascerebbe fuori tutto il centro che si sta delineando in queste settimane ma recupererebbe la fiducia dei delusi e dei giovani che scendono in piazza a prescindere dai partiti, in percentuali elettorali certamente superiori a quelle totalizzate dal cosiddetto centro. Ma il problema che si pone è che quei chiarimenti sul senso più profondo della democrazia costituzionale per la formazione di uno schieramento costituzionalista e di sinistra non sembra ci potrebbero essere in meno di un anno. E chi sa quando vedranno la luce negli anni a seguire, sia che rivinca la destra o che vinca il campo largo. Sembra tutto rinviato a data da destinarsi a meno che l’alternativa per la Costituzione non parta subito. Ora. In caso contrario, resterebbe solo da sperare in quella botta di orgoglio dell’elettorato di sinistra (ora passivo), affinché i tempi della rinascita non siano dettati dai fascisti di nuovo al potere che scriveranno indisturbati la loro Costituzione.


