DALL’EUROPA UN MONDO RICONCILIATO

di Raniero La Valle - costituenteterra.it - 16/02/2024
Un grido disperato nelle elezioni europee per il rovesciamento delle politiche e del sistema di guerra. L’informazione in gioco come ultima difesa

Della conferenza stampa in cui è stata presentata l’iniziativa Pace Terra Dignità per le elezioni europee pubblichiamo l’introduzione ai giornalisti di Raniero La Valle:

Tra l’annunzio della conferenza stampa e il suo svolgimento qui oggi, nel giro di due giorni, con l’incrudelirsi della situazione a Gaza davanti agli occhi di tutti, siamo giunti a una soglia di non ritorno.

Il tema non è più su che cosa debba fare l’Europa, per ritrovare se stessa e i valori di cui è stata portatrice nel suo incessante scambio col mondo, come ha ricordato papa Francesco: su questo il nostro programma è ricco di proposte e di impegni. Il tema decisivo oggi è però quello del ruolo che deve avere la guerra nel mondo.

Fino ad ora abbiamo lasciato che fosse la guerra stessa a decidere quale dovesse essere il suo ruolo nel mondo, e la guerra aveva deciso di porsi come sovrana, di dominare su tutto, come un supremo tribunale che dovesse pronunziare la sua sentenza e le sue condanne non secondo un criterio di verità ma secondo il primato della violenza. E così la guerra si era proclamata “padre e re di tutte le cose”, già secondo il detto di Eraclito del VI secolo. Si pensava che ciò fosse secondo natura, e non era vero. Ed ecco che ora siamo noi che  siamo chiamati a mettere la guerra sul trono, siamo chiamati a farci suoi sudditi, e a mettere ogni cosa in mano al suo potere, popoli interi, la politica, l’economia, il clima: l’intero sistema che abbiamo costruito l’abbiamo fatto diventare un sistema di dominio e di guerra. Netanyahu ha detto che non si fermerà né a Gaza, né a Rafah, né in Cisgiordania finché non avrà finito il lavoro. Ma Gaza è il precipitato e l’epitome di tutta la crisi mondiale, tale da presentarsi davanti a noi come il punto di svolta per andare alla salvezza o alla catastrofe. Siamo infatti a una guerra, che da una parte e dall’altra, ha raggiunto il massimo della drammatizzazione e della spietatezza.

Netanyahu l’ha chiamata diritto di difesa, ed è una vendetta in risposta allo scempio subito il 7 ottobre, ma riguardo al futuro è una prevenzione che giunge all’eliminazione del nemico fin nella culla. Il mondo dice che ha ragione, che è nel suo diritto, lo dice il mondo che conta, che ha il potere, che scrive sui maggiori giornali. Però il mondo vede pure che si sta pagando un prezzo, e si arrischia a dire che deve esserci una proporzione, una specie di calcolo da fare tra costi e ricavi: ed è questo che i benpensanti dicono a Netanyahu, e Tajani ha detto ieri che questo prezzo è sproporzionato. Ma almeno finora questo prezzo è stato accettato. Si è accettato e si è lasciato che venisse colpita ed estromessa l’intera popolazione di Gaza, 2.200.000 persone a fronte delle oltre 1400 vittime tra uccisi ed ostaggi del 7 ottobre, 1500 per uno; si è accettato e fatto pagare il costo di 28.000 morti palestinesi in cambio dei 105 ostaggi rilasciati grazie al negoziato, 267 palestinesi morti per ogni israeliano vivo, si sono accettati almeno 70 morti nel bombardamento di Rafah in cambio della liberazione di due ostaggi, e si accetta che un milione di palestinesi siano ammassati e votati allo sterminio nell’ultimo lembo di terra loro rimasto, a contropartita dei 103 ostaggi ancora da liberare, uno per uno. Dicono che è colpa dei palestinesi, di tutti loro, e così si dice di ogni sacrificio. Ma non è un motivo che basti.

Quando si arriva a queste contabilità, vuol dire che l’anima del mondo è perduta, e se ingrandiamo il campo della crisi, fino a comprendervi e a vedervi le altre guerre, e l’intera crisi mondiale, scopriamo che l’intera realtà umana e fisica del mondo è oggi al punto da poter essere perduta.

Ora, perché ciò apre un problema politico per noi, e non solo per noi, ci apre perfino il problema di andare alle elezioni? Perché forse c’è ancora qualcosa che si possa fare, ci sono ancora delle politiche che si possono rovesciare perché il peggio non accada. Perché per quanto grande possa essere la durezza di cuore qui in Occidente, non è facile persuadere la gente ad accettare questi calcoli, a indulgere a questo cinismo, e forse è possibile sottrarre il consenso degli elettorati a questo orrore.

Ed ecco allora che la guerra di Gaza diventa, come lo fu la guerra del Golfo nel 1991, la partita decisiva giocata dal potere per la conquista dell’opinione, per estirpare quello che il Foglio definisce la retorica del pacifismo, per costituzionalizzare il principio si vis pacem para bellum, per farci persuasi, come ci avverte Paolo Mieli, che Israele non allenterà la presa fino a che non abbia recuperato l’ultimo ostaggio in mani altrui, e per impiantare finalmente un grande esercito europeo, come chiede Trump che ce ne vuole trasferire i costi e ricavarne i benefici.

Come fu per l’Iraq, così per Gaza questa grande operazione mediatica e di opinione mira a far cadere le ultime difese che ancora impediscono che l’intera scena mondiale diventi il campo di battaglia di quella competizione strategica che è teorizzata nella dottrina sulla sicurezza nazionale americana, per il controllo ovvero il dominio del mondo. E la prima posta in gioco, per questo risultato, la prima paratia che deve cadere perché questa sovranità della guerra e dei suoi ministri sia stabilita e trionfi, è quella dell’intero sistema mediatico e d’opinione, siamo noi, siete voi colleghi giornalisti, che siamo sotto attacco, perché noi possiamo ancora tentare una estrema disperata difesa.

E allora ecco perché Santoro, e con lui tutti gli altri. È stato Carl Schmitt, il grande politologo tedesco sopravvissuto al nazismo, a spiegare che nel suo ultimo punto di caduta la vera natura della guerra stava nella guerra civile. “Purtroppo ciò che si dice della guerra – ha scritto Schmitt nel ravvedimento ultimo dovuto alla sua prigionia – solo nella guerra civile assume il suo ultimo e amaro senso”.

“La guerra civile ha qualcosa di particolarmente crudele – scriveva Schmitt – essa è guerra civile perché è condotta all’interno di una comune unità politica comprendente anche l’avversario e nell’ambito del medesimo ordinamento giuridico, e perché le due parti in lotta al tempo stesso affermano assolutamente e negano assolutamente questa comune unità. Entrambe, assolutamente e incondizionatamente, pongono l’avversario nel non diritto.

“[…] L’interferire di argomentazioni e istituzioni di tipo giuridico avvelena la lotta. La porta a durezza estrema, facendo degli strumenti e dei metodi della giustizia gli strumenti e i metodi dell’annientamento. Ci si erge a tribunale senza cessare di essere nemici”. “Il dubbio sul proprio diritto è considerato tradimento, l’interesse per l’argomentazione dell’avversario, slealtà; il tentativo di una discussione diviene intesa col nemico”. E molti di noi ne sanno qualcosa.

Questo carattere della guerra ha raggiunto la sua massima evidenza nella guerra di Gaza.

Anche a noi la guerra giunge oggi come guerra civile, dato che ormai siamo in un unico ordinamento mondiale e in un sistema globale in cui ogni guerra è guerra civile. Guerra civile è la guerra di Gaza, ma lo è anche la guerra ucraina nel cuore di un’Europa che si voleva unita, e anche le altre guerre della guerra mondiale a pezzi che è in corso sono guerre civili in un mondo dove l’Indo-Pacifico bagna la Casa Bianca e 1′”area euro atlantica” arriva fino all’Australia alla Nuova Zelanda e al Giappone. Perciò, dato che la guerra è arrivata a questo punto terminale, non basta più ripudiarla, noi chiediamo all’Europa di proporre a tutte le nazioni che essa sia chiamata con il suo ultimo nome, che è quello di genocidio, di proclamare che ogni guerra, come guerra civile, è un genocidio, e che come tale non solo le guerre ingiuste, ma anche le guerre che una volta erano considerate giuste, eque e salutari, non solo dai guerrafondai ma perfino dalle teologie, siano assimilate al genocidio e prevenute e represse ai termini della Convenzione internazionale contro il delitto di genocidio. Insieme a questo noi affermiamo che l’Europa non è un Super-Stato che raggiunge la sua perfezione nel diritto di guerra, e che perciò è contro la sua natura che debba dotarsi di un esercito europeo, ed escludiamo che i Paesi dell’Europa e l’Europa stessa alimentino le guerre altrui con l’invio di armi e altre misure di cobelligeranza come le sanzioni indiscriminate che, colpendo popoli interi, sono anch’esse genocide, e chiediamo che l’Europa faccia ogni sforzo per ottenere il cessate il fuoco e la conclusione delle guerre in atto.

Questo è ciò che è in gioco oggi. Non ci chiedete perciò i titoli per i quali partecipiamo a questa battaglia elettorale. Nella guerra civile si è tutti coinvolti. Non c’è bisogno di spiegarlo.

Noi non siamo una delle stelle della costellazione del pacifismo anche se riteniamo che esso avrebbe tutti i titoli per intestarsi questa lotta e se molti tra noi sono conosciuti come pacifisti. Nemmeno siamo un episodio della ricerca di quanti sono impegnati a realizzare una unità delle sinistre, anche se rispettiamo e incoraggiamo questo tentativo. Noi ci presentiamo alle elezioni europee perché sono un evento del quale è legittimo pensare che dando all’Europa una soggettività nuova nel concerto delle Nazioni, possa far sì che essa dia avvio a una rivoluzione capace di cambiare le sorti del mondo.

Dovremmo avere anche il coraggio di dire che l’unica soluzione possibile della guerra tra Israele e i palestinesi non è una soluzione militare, non è una soluzione umanitaria, non è una fantasia utopica, ma è una soluzione politica.

E questa soluzione politica non può essere che una riconciliazione tra i due popoli, perché questo vuol dire parlare di due popoli e di due Stati, cioè di due soggetti che, quale che sia il loro ordinamento giuridico, convivano nella pace. È chiaro che nel clima e in mezzo agli avvenimenti di oggi questa idea della riconciliazione non si possa avanzare neanche come iperbole, senza che ci dicano: “di questo ci parlerai un’altra volta”. Ma Ali Rashid, un intellettuale palestinese, ha detto in un’intervista a Servizio Pubblico: “Mi addolora il fatto che abbiamo adottato il terrore e l’orrore che noi abbiamo subito per affermare il nostro impellente diritto alla vita. Ma questa catena di morte è inarrestabile? Eppure una volta eravamo fratelli”. Eppure un giorno perfino la Russia e gli Stati Uniti si erano sfiorati fino a dirsi, tra Gorbaciov e Clinton, dopo la guerra fredda, che forse potevano stare insieme nella NATO; e allora sì che la NATO sarebbe una bella cosa!

Tuttavia, proprio questo noi vogliamo dire agli elettorati dei nostri Paesi e ai capi delle Nazioni che da loro saranno espressi, questo vorremmo dire alle diplomazie ai Parlamenti agli eserciti che hanno in mano il destino del mondo, questo vorremmo dire a Biden a Netanyahu a Putin a Scholz a Macron a Sanchez alla presidente del consiglio italiana, noi non chiediamo che ci rispondano dicendo: allora facciamo questo o quello, ma che almeno ascoltino il grido dei popoli, e ci diano atto di averlo ascoltato.

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