Se non si denuncia, si è complici: Vangelo e potere oggi

di Elio Rindone - Dialoghi Mediterranei, n. 78, marzo 2026 - 05/03/2026
Denunciare comportamenti antievangelici crea tensioni, fa diminuire il consenso, espone a critiche, causa divisioni, fa perdere il favore dei potenti. In poche parole, spezza l’alleanza fra il trono e l’altare. Ma forse solo a queste condizioni si può essere veri discepoli del profeta di Nazaret!

Della Bibbia – il testo sacro di quella religione cattolica che ha avuto un’enorme influenza sulla mentalità degli italiani credenti, ma spesso anche non credenti – due caratteristiche, tra le altre, mi sembrano fondamentali per quanto riguarda il campo della morale. Caratteristiche comuni tanto al Primo quanto al Secondo Testamento, che si possono sintetizzare in due verbi: annunciare e denunciare.

Già i testi biblici più antichi annunciano il bene da fare e il male da evitare. Oltre al testo classico dell’Esodo (non uccidere, non rubare, non mentire… 20, 1-17), troviamo numerosi altri passi: “Non ti vendicherai né coverai rancore contro i figli del tuo popolo. Amerai, il tuo prossimo come te stesso” (Levitico 19, 18); “Non maltratterai la vedova o l’orfano” (Esodo 22, 21); “Se vi sarà in mezzo a te qualche tuo fratello che sia bisognoso […], non indurirai il tuo cuore e non chiuderai la mano davanti al tuo fratello bisognoso; anzi gli aprirai la mano e gli presterai quanto occorre alla necessità in cui si trova” (Deuteronomio 15, 7-8); “Quando un forestiero dimorerà presso di voi nel vostro paese, non gli farete torto. Il forestiero dimorante fra di voi lo tratterete come colui che è nato fra di voi; tu l’amerai come tu stesso perché anche voi siete stati forestieri nel paese d’Egitto” (Levitico 19, 33-34).

Non meno importante è la denuncia della violazione degli insegnamenti divini. Con incredibile insistenza i profeti condannano l’avidità dei potenti: “Ascoltate, capi di Giacobbe, voi governanti della casa d’Israele: Non spetta forse a voi conoscere la giustizia? Nemici del bene e amanti del male, voi togliete loro [ai poveri] la pelle di dosso e la carne dalle ossa. Divorano la carne del mio popolo e gli strappano la pelle di dosso” (Michea, 3,1-3); il profeta Natan rimprovera a Davide le sue colpe: “Perché dunque hai disprezzato la parola del Signore, facendo ciò che è male ai suoi occhi? Tu hai colpito di spada Uria l’Ittita, hai preso in moglie la moglie sua e lo hai ucciso con la spada degli Ammoniti” (2 Samuele, 12, 9); “Guai a coloro che fanno decreti iniqui e scrivono in fretta sentenze oppressive, per negare la giustizia ai miseri e per frodare del diritto i poveri del mio popolo, per fare delle vedove la loro preda e per defraudare gli orfani” (Isaia, 10, 1-2); “Hanno venduto il giusto per denaro e il povero per un paio di sandali, essi che calpestano come la polvere della terra la testa dei poveri e fanno deviare il cammino dei miseri” (Amos, 2, 6-7); “«Ecco, io mando contro questo popolo la sventura, il frutto dei loro pensieri, perché non hanno prestato attenzione alle mie parole e hanno rigettato la mia legge. […] I vostri olocausti non mi sono graditi e non mi piacciono i vostri sacrifici»” (Geremia, 6, 19-20); “Guai ai pastori d’Israele, che pascono se stessi! I pastori non dovrebbero forse pascere il gregge? Vi nutrite di latte, vi rivestite di lana, ammazzate le pecore più grasse, ma non pascolate il gregge” (Ezechiele, 34, 2-3).

Parimenti, nel Secondo Testamento, Giovanni il Battista chiedeva di dar da mangiare agli affamati e di non opprimere i più deboli, “dicendo: Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino!” (Matteo 3, 1-2), e Gesù di Nazaret sintetizzava l’intera Legge in due comandamenti: l’amore per Dio e l’amore per il prossimo (Matteo 22, 37-40), chiedendo che questo amore non conosca limiti: “amate i vostri nemici” (Matteo 5, 44). Ma, al contempo, il Battista non si stancava di denunciare le colpe di Erode Antipa, e perciò venne decapitato (vedi Matteo 14, 10). E neppure Gesù coltivava buoni rapporti con Erode Antipa, anzi suscitava il suo odio: “In quel momento si avvicinarono alcuni farisei a dirgli: “Parti e vattene via di qui, perché Erode ti vuole uccidere”. Egli rispose loro: Andate a dire a quella volpe …” (Luca, 13, 31-32).

Per condannare l’ipocrisia di scribi e farisei, Gesù usava espressioni sferzanti, come “sepolcri imbiancati” e “razza di vipere” (Matteo 23, 27.33): “Quanto vi dicono, fatelo e osservatelo, ma non fate secondo le loro opere, perché dicono e non fanno. Legano infatti pesanti fardelli e li impongono sulle spalle della gente, ma loro non vogliono muoverli neppure con un dito” (Matteo 23, 3-4).

E la narrazione evangelica gli attribuisce persino un’azione violenta: “fece una frusta di cordicelle e scacciò tutti fuori dal tempio” (Giovanni 2, 15); gesto altamente simbolico perché, con la cacciata dei mercanti dal tempio, si delegittimava il culto di Gerusalemme con i suoi riti.

Gli atteggiamenti sovversivi di Gesù appaiono ormai insopportabili alle autorità religiose, che “lo condussero da Pilato e cominciarono ad accusarlo: Abbiamo trovato costui che metteva in agitazione il nostro popolo, impediva di pagare tributi a Cesare e affermava di essere Cristo re” (Luca 23, 2). Istigato dalla casta sacerdotale, che aveva già deciso di liberarsene – “Mancavano intanto due giorni alla Pasqua e agli Azzimi e i sommi sacerdoti e gli scribi cercavano il modo di impadronirsi di lui con inganno, per ucciderlo” (Marco 14,1) – Pilato, che governava la Giudea in nome di Roma, deciderà infine di condannarlo alla crocifissione (vedi Luca 23, 24). 

Se ora prendiamo in considerazione il magistero cattolico, dal 900 ad oggi, possiamo dire che esso è in continuità con l’insegnamento biblico? Certamente è stato annunciato con costanza il messaggio dell’amore per i poveri. Pio XI, per esempio, nell’enciclica Quadragesimo Anno scrive che l’economia “non può essere affidata esclusivamente alla libera concorrenza”, perché così “non solo si accumulano ricchezze, ma si concentra un potere economico immenso e un vero e proprio dispotismo economico nelle mani di pochi”. Paolo VI, nella Populorum Progressio, ricorda che “L’economia del mondo deve servire l’umanità e non soltanto alcuni pochi”. Papa Francesco, nella Evangelii Gaudium, considera inaccettabile “un’economia di esclusione e di disuguaglianza. Tale economia uccide”. Particolarmente significativa è l’attenzione rivolta ai migranti. Ecco qualche citazione. Giovanni Paolo II nei suoi messaggi per la Giornata mondiale del migrante e del rifugiato ha riaffermato più volte sia il diritto di emigrare sia la responsabilità delle società di accogliere con dignità i migranti [1].

E, sempre a partire dal 900, il Vaticano si è pronunciato contro la guerra. Benedetto XV ha bollato la Prima guerra mondiale come “una inutile strage” (Nota ai capi dei popoli belligeranti, 1° agosto 1917). E Pio XII, a proposito della Seconda guerra mondiale, affermava che «Nulla è perduto con la pace. Tutto può esserlo con la guerra» (Messaggio radiofonico, 24 agosto 1939). Giovanni XXIII, al tempo della Guerra fredda scriveva: «È alienum a ratione (contrario alla ragione) pensare che la guerra sia uno strumento idoneo a ristabilire i diritti violati» (Pacem in terris, 1963) [2].

Infine Leone XIV critica l’idea di una pace fondata sulla paura reciproca: “la forza dissuasiva della potenza, e, in particolare, la deterrenza nucleare, incarnano l’irrazionalità di un rapporto tra popoli basato non sul diritto, sulla giustizia e sulla fiducia, ma sulla paura e sul dominio della forza” (Messaggio per la Giornata mondiale della pace, 2026). E nello stesso Messaggio condanna anche le scelte che necessariamente ne conseguono [3]. 

Queste citazioni provano a sufficienza una reale continuità nell’annuncio del messaggio evangelico. Ma lo stesso si può dire dell’altro aspetto: quello della denuncia? I profeti biblici pagavano con l’isolamento, o anche con la vita, le loro critiche nei confronti dei potenti. E ciò accadeva anche quando il cristianesimo ha cominciato a diffondersi. Ma nel IV secolo le comunità cristiane erano ormai presenti in tutto l’impero, e Costantino ne prese atto, avviando pacifiche relazioni con la nuova religione. Da allora l’atteggiamento delle autorità ecclesiastiche nei confronti del potere è mutato radicalmente, ed è inevitabile porsi la domanda: qual è la situazione oggi? Temo che si debba rispondere: l’alleanza fra il trono e l’altare, inaugurata in epoca costantiniana, è ancora attuale!

Annunciare il vangelo è essenziale. Ma se si va d’amore e d’accordo con chi, pur professandosi cristiano, ne costituisce con le sue azioni un’evidente smentita, non si rischia di ridurre il messaggio a un insieme di parole nobili, ma vane e inefficaci? È difficile non restare perplessi – limitandoci al contesto italiano – di fronte al fatto che governanti, le cui scelte politiche sono lontanissime dal vangelo, siano accolti in Vaticano con tutti gli onori. E forse è semplicemente scandaloso che vescovi e associazioni cattoliche di grande prestigio usino espressioni elogiative nei confronti di leader, le cui azioni politiche non hanno nulla a che fare col messaggio di Gesù.

Emblematico è il caso dell’entusiastica accoglienza riservata a Giorgia Meloni dai membri di Comunione e Liberazione nel corso del Meeting di Rimini del 27/8/2025. Nessuno intende qui giudicare la fede personale dei singoli, ma resta il fatto che si tratta di un evento pubblico, che facilmente può portare alla seguente conclusione: c’è una sostanziale sintonia tra CL e le scelte del governo Meloni!

Se il vangelo chiede di stare dalla parte degli ultimi, applaudire chi compie scelte opposte significa anestetizzare la coscienza evangelica, trasformandone le esigenze in parole che possono benissimo non essere tradotte in atti concreti. Gli applausi entusiasti a Giorgia Meloni, dunque, non sono evangelicamente neutrali: sono in contrasto con la visione biblica del povero e dello straniero, e favoriscono una grave confusione tra fede e potere. Per di più, non c’è stata una sola voce autorevole che abbia preso le distanze da un’iniziativa, con ampia risonanza sui mezzi d’informazione, che sembra aver dimenticato che Gesù non applaudiva i potenti e non era applaudito da loro. E non si suggerisce così l’idea che la posizione di Comunione e Liberazione non sia, tra i cattolici, un’eccezione ma la regola?

Ci sono state, invece, autorità religiose, anche se poche, che hanno criticato Matteo Salvini perché mostrava la corona del rosario durante i suoi comizi. Anche qui non si giudica l’intenzione personale, ma l’uso pubblico di un simbolo religioso che vuole l’accoglienza degli ultimi, e non è accettabile che venga strumentalizzato per legittimare politiche fondate sull’esclusione. È esattamente il contrario di quanto chiede il vangelo: “quando pregate, non siate simili agli ipocriti che, nelle sinagoghe e negli angoli delle piazze, amano pregare stando ritti, per essere visti dalla gente” (Matteo 6, 5). Il vangelo parla di ipocrisia, e l’etimologia della parola greca ne spiega bene il significato. L’ipocrita (hypokritēs) è l’attore, che recita una parte che non ha nulla a che fare con la sua vita reale.

Forse questa ‘parresia’, questa franchezza propria del linguaggio evangelico, che usa il termine ‘ipocrita’ scartando espressioni sfumate e ambigue, può applicarsi anche a un altro caso. Nel video del suo discorso di auguri di Natale 2025, Giorgia Meloni ha presentato il presepe come simbolo di radici, identità e valori universali. Ma il vangelo non parla di ‘radici’ e di ‘identità’: parla di poveri e stranieri. E, soprattutto, insiste sul fatto che non le parole ma le azioni contano: “Dai loro frutti li riconoscerete” (Matteo, 7, 16). Ebbene, in contrasto con le dichiarazioni rassicuranti della presidente del consiglio, i dati oggettivi e le analisi di enti indipendenti evidenziano una persistente polarizzazione economica e una crescente marginalizzazione sociale [4]. Non sarebbe opportuno denunciare tutto ciò? 

Nel dibattito pubblico contemporaneo è frequente il richiamo ai ‘valori cristiani’ come fondamento culturale o identitario dell’Occidente. Tuttavia, raramente ci si chiede che cosa significhi valutare realmente le scelte politiche alla luce del Vangelo, e non di una tradizione plurisecolare, che ha ridotto il cristianesimo a cornice simbolica, separandolo dal messaggio radicale che emerge dai testi originari.

Abbiamo visto, infatti, che la Bibbia non solo indica il bene da fare e il male da evitare, ma denuncia anche le autorità politiche e religiose che tradiscono quegli insegnamenti. Il Gesù dei Vangeli è un profeta scomodo, che critica l’uso ipocrita della fede: non si limita a indicare la via da seguire, ma attacca anche frontalmente chi usa la religione come un insieme di formule astratte o come strumento di potere. Le invettive contro scribi e farisei non sono un’inutile ripetizione dei precetti morali ma una condanna pubblica del modo in cui la religione viene usata per legittimare se stessi e opprimere gli altri.

Probabilmente ancora oggi Gesù sarebbe un profeta scomodo. Non attaccherebbe un partito in quanto tale, ma chiamerebbe per nome, denunciandoli in modo esplicito e senza ambiguità, quei governanti, che si dicono cristiani ma praticano politiche oggettivamente antievangeliche [5]. Il criterio ultimo in base al quale saranno giudicate le nostre azioni, infatti, è inequivocabile: il rapporto con affamati, nudi, carcerati e stranieri. Non si tratta di una metafora spirituale, ma di una pagina decisiva, di una valutazione storica e concreta: “In verità io vi dico: tutto quello che non avete fatto a uno solo di questi più piccoli, non l’avete fatto a me” (Matteo 25, 45).

Ecco perché le parole delle autorità religiose non bastano: conta non ciò che vien detto ma ciò che vien fatto! Il vangelo è chiarissimo su questo punto: “Non chiunque mi dice: ‘Signore, Signore’, entrerà nel regno dei cieli, ma colui che fa la volontà del Padre mio che è nei cieli” (Matteo, 7, 21); “Chiunque ascolta queste mie parole e non le mette in pratica, sarà simile a un uomo stolto, che ha costruito la sua casa sulla sabbia” (Matteo 7, 26).

La teologia contemporanea, soprattutto dopo il Concilio Vaticano II, ha elaborato una formula precisa: peccato strutturale. Si tratta di atteggiamenti che creano condizioni che favoriscono ingiustizia, disuguaglianza e sofferenza. La denuncia di chi dice di voler combattere il male, ma usa formule vaghe che non producono alcun effetto, contribuisce in realtà al mantenimento di tali condizioni, e ne diventa in certa misura responsabile. È proprio nella Bibbia che troviamo la denuncia di tale responsabilità: “Se io dico al malvagio: “Malvagio, tu morirai”, e tu non parli perché il malvagio desista dalla sua condotta, egli, il malvagio, morirà per la sua iniquità, ma della sua morte io domanderò conto a te” (Ezechiele 33, 8). Chi ha il compito di denunciare il male e non lo fa, ne diventa corresponsabile: è colpevole di omissione.

Ed è bene ripeterlo. Quando le autorità religiose mantengono ottimi rapporti con i potenti che contraddicono il vangelo, e si limitano a generiche denunce, evitando di indicare i responsabili di azioni disumane, quelle parole non incidono sulla realtà e non contribuiscono a cambiare le condizioni degli ultimi. Chi tace, o fa bei discorsi che vengono semplicemente ignorati, o applaude politiche antievangeliche tradisce il Vangelo, anche senza rendersene conto: è come sale che ha perso ogni sapore e “a null’altro serve che ad essere gettato via e calpestato dalla gente” (Matteo 5,13).

La profezia cristiana è, invece, una chiamata radicale, che sfida il potere, scuote le coscienze e pretende coerenza, sino ad accettare il rischio della croce. È evidente: denunciare comportamenti antievangelici crea tensioni, fa diminuire il consenso, espone a critiche, causa divisioni, fa perdere il favore dei potenti. In poche parole, spezza l’alleanza fra il trono e l’altare. Ma forse solo a queste condizioni si può essere veri discepoli del profeta di Nazaret! 

Dialoghi Mediterranei, n. 78, marzo 2026 
Note
[1] E ancora: Benedetto XVI nell’enciclica Caritas in veritate affermava che le migrazioni devono essere affrontate con cooperazione internazionale, riconoscendo i diritti umani fondamentali dei migranti e dei rifugiati. Papa Francesco ha ricordato che la fede cristiana chiede accoglienza e non indifferenza, e ha ripetutamente denunciato la sofferenza dei migranti nei centri di detenzione e i rischi dei viaggi nel Mediterraneo. Leone XIV ha sottolineato la dignità dei migranti e dei rifugiati, evidenziando il ruolo che possono avere nell’arricchire le comunità di cui entrano a far parte.
[2] Così, Paolo VI auspicava: «Mai più la guerra, mai più la guerra!» (Discorso all’ONU, 4 ottobre 1965). Giovanni Paolo II, in occasione delle guerre in Iraq e nei Balcani, dichiarava che «La guerra è sempre una sconfitta dell’umanità» (Angelus, 16 marzo 2003). Benedetto XVI ricordava che «La violenza non risolve i conflitti, ma li amplifica» (Messaggio per la Giornata mondiale della pace, 2006). E papa Francesco, pronunciandosi contro la guerra in Ucraina, affermava che «Ogni guerra lascia il mondo peggiore di come lo ha trovato» (Fratelli tutti, n. 261).
[3] Così, infatti, prosegue: “Nel corso del 2024 le spese militari a livello mondiale sono aumentate del 9,4% rispetto all’anno precedente, confermando la tendenza ininterrotta da dieci anni e raggiungendo la cifra di 2.718 miliardi di dollari, ovvero il 2,5% del Pil mondiale. Per di più, oggi alle nuove sfide pare si voglia rispondere, oltre che con l’enorme sforzo economico per il riarmo, con un riallineamento delle politiche educative: invece di una cultura della memoria, che custodisca le consapevolezze maturate nel Novecento e non ne dimentichi i milioni di vittime, si promuovono campagne di comunicazione e programmi educativi, in scuole e università, così come nei media, che diffondono la percezione di minacce e trasmettono una nozione meramente armata di difesa e di sicurezza”. Contro la diffusione di una simile mentalità: “Occorre denunciare le enormi concentrazioni di interessi economici e finanziari privati che vanno sospingendo gli Stati in questa direzione [della guerra]; ma ciò non basta, se contemporaneamente non viene favorito il risveglio delle coscienze e del pensiero critico”.
[4] I dati ISTAT relativi al 2023 hanno mostrato che la povertà assoluta ha raggiunto un massimo storico, coinvolgendo circa 5,7 milioni di persone e oltre 2,2 milioni di famiglie. Secondo il rapporto Oxfam di gennaio 2025, il 10% più ricco degli italiani detiene quasi il 60% della ricchezza nazionale, mentre alla metà più povera della popolazione resta appena il 7,4%. Questa concentrazione è ulteriormente aumentata rispetto agli anni precedenti. Contemporaneamente il Governo Meloni autorizzava ingenti spese militari, con oltre 42 miliardi di euro già stanziati in meno di tre anni, puntando a raggiungere il 2% del PIL e spingendosi oltre verso il 5% entro il 2035, con impegni pluriennali che graveranno significativamente sul bilancio, con un probabile impatto su sanità e welfare.
[5] E forse non proporrebbe, come ha fatto Leone XIV nell’agosto 2025, una giornata di digiuno e preghiera per la pace nel mondo e per lenire le sofferenze causate dalle guerre in corso, con particolare attenzione a Terra Santa, Ucraina e altre zone di conflitto, ma condannerebbe apertamente il genocidio di cui è responsabile il governo israeliano!

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