Referendum, le occasioni da non lasciar cadere

di Gaetano Azzariti - ilmanifesto.it - 01/04/2026
Oltre il 23 marzo Nessuno può permettersi di disperdere l’entusiasmo che ha portato a un risultato che può segnare una svolta

Tutti coloro che hanno contribuito allo straordinario successo del referendum sono ora investiti di una grande responsabilità. Nessuno può permettersi di disperdere l’entusiasmo che ha portato a un risultato che può segnare una svolta.

Ma solo se sarà in grado di non fermarsi alla vittoria di un giorno. Per proseguire il cammino è necessario anzitutto imparare dalla strada che è stata percorsa. È stata una vittoria dove ciascuno ha fatto la sua parte, pur nelle reciproche diversità. Mondi che normalmente non si parlano, a volte si detestano, ma che hanno trovato nella costituzione la ragione di una battaglia in comune. Ora non si può tornare nel chiuso delle proprie stanze, né si può rivendicare il merito del successo solo a sé stessi.

Per una volta almeno tanto la società politica quanto la società civile si sono incontrate e questa è un’ottima notizia. Anzi rappresenta una chiara indicazione per il futuro. Bisogna ripartire proprio dalla necessità del confronto per cercare di trovare vie che possano continuare a far dialogare politica e società, rompendo da un lato l’autoreferenzialità dei partiti, dall’altro l’anti-istituzionalismo dei movimenti, magari aiutati entrambi dalle giovani generazioni che sino a ieri erano rimaste semplicemente estranee e passive.

Come proseguire il dialogo? Guardano alle ragioni che hanno permesso l’unità dei diversi. Ed in proposito non credo possa essere messo in dubbio che un dato di partenza comune sia rappresentato dalla rivolta che ha unito chiunque abbia conservato un minimo di umanità. Non si è potuti rimanere indifferenti di fronte agli orrori della guerra, ad un genocidio in diretta, alle pretese di esclusione dell’altro e alla costruzione di un diritto del nemico, al succedersi di politiche vuote di società, all’attenzione prestata esclusivamente ai rapporti di forza tra potenze. La protesta è dilagata, ma poi – e questo non era scontato – ha anche individuato la via alternativa che poteva essere seguita. Un ritorno alla dimensione dell’umano disegnata dalla nostra Carta fondamentale.

Si è compreso che le costituzioni non sono quegli strumenti che servono a meglio governare, da modificare a seconda delle convenienze dei potenti di turno, come una lunga stagione di revisionismo ha provato a farci credere. Si è riscoperta la vera essenza del costituzionalismo moderno che pretende di garantire i diritti e separare i poteri in nome della dignità delle persone concrete. Leggi supreme poste come limite al potere, non loro strumento. Una verità storica che ora viene riaffermata e su cui alla fine si è venuti a convergere.

Le manifestazioni per Gaza, quelle per i diritti sociali, le proteste di donne, migranti, lavoratori, giovani, hanno incontrato la costituzione e ad essa si sono rivolte rivendicandone il valore politico oltre a quello giuridico. Così, chi più chi meno, tanto i partiti di opposizione quanto i movimenti o le associazioni si sono convinti che da lì si potesse ripartire. Più sensibili le generazioni più giovani. E questo è il dato più esalante, poiché sono gli unici soggetti in grado di rompere le spesse gabbie del passato, superando le incomprensioni che si sono accumulate nella stagione del lungo regresso che ci ha condotto sin qui e che ora dobbiamo lasciare alle nostre spalle.

In questo senso può dirsi veramente che la vittoria del 23 marzo – che ha raccolto il disagio maturato da parte di una cittadinanza, la quale ben a compreso come il rifiuto sarebbe andato molto oltre la pessima riforma – può rappresentare un nuovo inizio di radicale cambiamento, in nome della forza propulsiva della costituzione. Nessuno deve mettere su di essa il proprio cappello, non i partiti, non i movimenti, neppure i giovani che pure sono il motore del cambiamento. Si cominci invece a riflettere su come si può cambiare, rivoluzionare lo stato delle cose presenti, in nome dei principi della costituzione.

Non tutti avranno la stessa idea di come attuare la costituzione, e le differenze non dovranno essere nascoste, ma è il terreno di gioco che deve essere cambiato: non più un dialogo tra i poteri e tra i potenti per la prevalenza degli interessi costituiti, né una sterile competizione tra forze politiche o leader, neppure infine una ribellione giusta ma priva di orizzonte strategico. È giunto il tempo di riappropriarsi del nostro futuro cominciando da un acceso confronto – anche uno scontro – su come realizzare la pace, la dignità e l’eguaglianza tra le persone. Un altro mondo è possibile.

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