Giocare a perdere: una breve storia

di Elio Rindone - 03/09/2022
Se una destra compatta batterà facilmente un’opposizione frammentata e stravincerà le elezioni, i cittadini democratici dovranno essere per sempre grati al PD renziano, che ha voluto il rosatellum, e ai partiti attuali, e in particolare al PD lettiano, che con i loro veti hanno reso impossibile quella coalizione tecnica proposta dagli esperti per salvare la Costituzione.

La nostra Costituzione, all’art. 48, stabilisce che il voto degli elettori deve essere “personale ed eguale, libero e segreto”. Cosa vuol dire che deve essere ‘eguale’? Vuol dire che ciascun voto deve influire sull’elezione dei parlamentari esattamente quanto qualunque altro voto. Il sistema elettorale che meglio risponde ai principi democratici, perché consente di raggiungere l’obiettivo dell’eguaglianza tra gli elettori, è dunque quello proporzionale: ogni partito avrà un numero di eletti corrispondente al numero di voti ricevuti. Un sistema maggioritario, invece, stabilisce che il partito, o la coalizione di partiti, che raggiunge una certa soglia abbia un premio di maggioranza, cioè un numero di seggi superiore al numero di voti ottenuti. L’ovvio risultato è che in tal modo i voti degli elettori non hanno più lo stesso peso, perché il voto di chi ha votato per chi ha preso il premio di maggioranza produrrà più eletti del voto di chi ha votato per altri partiti.

Non è certo un caso, per esempio, che arrivato al potere, Mussolini abbia voluto l’abolizione del sistema proporzionale e l’approvazione di una legge elettorale maggioritaria, come non è un caso che, caduto il fascismo, si sia optato per il sistema proporzionale e il parlamento dell’Italia democratica, nel 1948, sia stato eletto in modo da rispecchiare esattamente gli orientamenti politici presenti nel Paese.

Ma già dopo pochi anni si tenta di consolidare il potere di una coalizione centrista a guida democristiana ricorrendo al sistema maggioritario: è la legge-truffa, così bollata dai suoi oppositori soprattutto di sinistra, che in Parlamento viene approvata con un procedimento non proprio rispettoso delle regole. Ma nelle elezioni del 1953 il premio di maggioranza non scatta per poche decine di migliaia di voti, e così si ritorna al proporzionale. Poi però, dopo il referendum Segni del 1993, incredibilmente sostenuto anche da quelle forze di sinistra che si erano battute contro la legge-truffa, si passa a un sistema misto, la legge Mattarella, che introduce il maggioritario, lasciando solo il 25% di quota proporzionale.

 

Dal proporzionale al maggioritario

 

Il ‘Mattarellum’ sarà sostituito in seguito da altre leggi elettorali, non di rado bocciate dalla Corte Costituzionale, nessuna delle quali, però, rinuncerà a garantire un premio di maggioranza a chi ottiene un certo numero di voti. A questo punto, la domanda sorge spontanea: come mai non si torna più al proporzionale, pienamente in sintonia con la nostra Costituzione? Da cosa nasce questa irrefrenabile passione per soluzioni di tipo maggioritario?

Il motivo è chiaro. Nei regimi liberali il voto era su base censitaria – scontata l’esclusione delle donne – ma una volta che si diffondono le idee democratiche non è più possibile negare il diritto di voto ai ceti inferiori. Il rischio è però evidente: questi, grazie al loro peso numerico, potrebbero condizionare la linea politica sino a quel momento dettata dalla borghesia. Ecco che allora, scrive Luciano Canfora, “si sono man mano venuti escogitando altri, più ‘liberali’, strumenti miranti ad attenuare – senza apertamente negarlo – quel principio ormai dato generalmente per acquisito e ineludibile” (La trappola. Il vero volto del maggioritario, Palermo 2013, pp 89-90). Il suffragio universale, in effetti, è troppo democratico: se non si può abolirlo, bisogna almeno trovare delle soluzioni per contenere le pretese delle masse che vorrebbero cambiamenti radicali in campo economico e sociale!

E l’espediente più efficace, oltre al controllo dei mezzi d’informazione, per far pesare di meno il voto dei ceti inferiori si è rivelato il sistema maggioritario che, rafforzando con il premio di un certo numero di seggi la parte politica legata alla borghesia, che altrimenti otterrebbe una fragile maggioranza, riduce il peso delle opposizioni e consente di governare senza troppi intoppi nell’interesse dei poteri che contano davvero, quelli economici. Lo slogan che ha convinto buona parte dell’opinione pubblica ad apprezzare il sistema maggioritario è stato quello della ‘governabilità’: col proporzionale entrano in parlamento troppi partiti, sicché come è avvento spesso nel corso della cosiddetta Prima Repubblica, anche un partitino del 2% può far cadere un governo, causando una perenne instabilità.

In realtà, l’obiettivo da raggiungere, senza preoccuparsi minimamente di violare il principio costituzionale dell’eguaglianza del voto, piuttosto che la stabilità dei governi era quello, prosegue Canfora, “di consentire a chi governa di farlo senza esser disturbato da troppa o troppo numerosa opposizione” (p 93), in genere quella di sinistra. Infatti, “tutte le leggi di tipo maggioritario, nella loro molteplice varietà, sortiscono l’effetto di attenuare, e nei casi più gravi snaturare, il principio del suffragio universale (libero e uguale)” (p 92).

Che i sistemi maggioritari piacciano ai partiti ‘moderati’ è ovvio. Che siano vantaggiosi per i partiti (che si dichiarano) di sinistra è tutto da dimostrare, ma è certo che chi si accontenta gode, come ricorda con ironia Domenico Gallo a proposito delle elezioni del 2008: “Dopo la disfatta elettorale Veltroni si vantò di aver dato un contributo rilevante alla semplificazione del quadro politico. Nel suo discorso parlamentare del 14 maggio 2008, in sede di dibattito sulla fiducia al governo Berlusconi, l’on. Veltroni ebbe testualmente a dichiarare: ‘Rivendico al Partito Democratico il merito di aver introdotto ragioni profonde di discontinuità, rispetto ad un Paese che soffriva di una duplice e grave malattia: l’esasperata frammentazione politica e la costante demonizzazione dell’avversario’. Infatti Veltroni, se non riuscì ad arginare il trionfo della destra, tuttavia ottenne il magnifico risultato di espellere dal Parlamento i socialisti, i verdi, i comunisti italiani e Rifondazione comunista” (Un campo largo a perdere, domenicogallo.it, 29/07/2022).

 

La legge elettorale vigente

 

Arriviamo così alla legge elettorale con cui abbiamo votato nel 2018 e con cui andremo a votare il prossimo 25 settembre: il cosiddetto ‘Rosatellum’, dal nome dell’on. Rosato, del PD, il partito che più degli altri si è impegnato per la sua approvazione. È bene ricordare che le leggi elettorali dovrebbero riscuotere il libero consenso di un’ampia parte del Parlamento: di conseguenza, non dovrebbero passare a colpi di fiducia. Non è certo questo il caso della legge Rosato: il governo Gentiloni pone la fiducia “applicata una, due, tre, quattro, cinque volte alla riforma elettorale. Con il numero di votazioni blindate della Camera in tutto fa otto: un record anche senza ricorrere agli annali del Parlamento, repubblicano o monarchico che fosse” (Diego Pretini, Rosatellum, l’ok delle 5 fiducie è di corsa: M5s, Mdp e Si se ne vanno. E Napolitano si ritrova dalla parte degli anti-riforma, in Ilfattoquotidiano 25/10/2017).

Votano a favore della legge Partito Democratico, Forza Italia, Lega Nord, mentre sono fortemente contrari M5s, Art.1-MDP (cioè i parlamentari che hanno abbandonato il PD renziano) e Sinistra Italiana. Nonostante le critiche di numerosi costituzionalisti e le proteste di piazza, la legge entra in vigore nel 2017, dopo la firma del Presidente della Repubblica, Mattarella. Si tratta di una legge elettorale che favorisce certamente i partiti, quelli di centro-destra, che possono presentarsi in coalizione, tanto che alcuni loro rappresentanti si chiedono sbalorditi come mai il PD l’abbia proposta: per puro masochismo? Infatti, nelle elezioni del 2018 la robusta coalizione di centro-destra ottiene il 35% dei voti, il M5s, che si voleva penalizzare perché si presentava da solo, con un incredibile exploit raggiunge invece il 32%, mentre il PD, che riesce ad allearsi soltanto con +Europa, Insieme e altre liste minori, riporta una sonora sconfitta. Il primo obiettivo di un partito che ha subito un vero e proprio crollo dovrebbe essere quello di cambiare questa legge elettorale: invece non si fa alcuna battaglia in tal senso, anche perché i partiti di centro-destra, che ne traggono vantaggio, farebbero le barricate per mantenerla.

Ma cosa stabilisce il rosatellum? La legge prevede un mix di maggioritario e proporzionale: un terzo dei seggi di Camera e Senato viene assegnato con un sistema maggioritario (chi prende più voti vince nel collegio) e gli altri due terzi con un sistema proporzionale attraverso un meccanismo di listini “bloccati”. Sulla scheda, quindi, c’è per ogni coalizione (o lista singola, se non alleata) un candidato al collegio uninominale e, accanto a ogni simbolo, una breve lista di candidati che lo sostengono: lista bloccata, perché i nomi sono scelti dai partiti e gli elettori non possono esprimere preferenze. Inoltre, non è possibile votare per una lista nel maggioritario e per un’altra nel proporzionale, il che comprime ulteriormente la libertà di scelta dell’elettore, e infine ci sono delle soglie di sbarramento che devono essere superate per ottenere dei seggi.

L’effetto evidente di un simile congegno è che si estende il potere dei partiti e di conseguenza si riduce quello degli elettori (e tutto ciò accade in un Paese la cui Costituzione afferma che la sovranità appartiene al popolo!?), tanto che, come nota Domenico Gallo, il rosatellum pare “una legge palesemente incostituzionale poiché comprime al massimo la libertà di scelta degli elettori attraverso il meccanismo del voto unico (per il candidato del maggioritario e la lista o le liste collegate nel proporzionale) e delle liste bloccate. Ancora una volta agli elettori verrà impedito di partecipare alla scelta dei propri rappresentanti, funzione sequestrata dai capi dei partiti, che continueranno a selezionare i futuri parlamentari sulla base della fedeltà a se stessi” (Un campo largo a perdere, domenicogallo.it, 29/07/2022).

 

Che cosa ci aspetta

 

Dopo la riduzione del numero dei parlamentari (avremo 200 senatori e 400 deputati), questo dunque è il quadro delle prossime elezioni: il 37% dei seggi sarà assegnato col maggioritario in collegi uninominali e il 61% con il proporzionale (il 2% alla circoscrizione estero). Sappiamo che, grazie all’accordo siglato tra Meloni, Salvini e Berlusconi, per ogni collegio uninominale ci sarà un solo candidato per il centro destra. Poiché sull’altro fronte ci saranno più candidati espressi dagli altri gruppi politici, non si può escludere che il centro-destra (o forse per semplificare è meglio parlare di ‘destra’) vinca tutti o quasi i 147 seggi della Camera e i 74 del Senato da assegnare col maggioritario. Aggiungendo a questi seggi quelli ottenuti col proporzionale, la destra potrebbe quindi avere nelle due camere una maggioranza di due terzi, che le permetterebbe di cambiare la Costituzione senza bisogno di sottoporre il nuovo testo al referendum popolare.

Questa eventualità ovviamente preoccupa molto chi teme che la nostra Costituzione democratica possa essere modificata in senso autoritario, e ci si è chiesti quindi cosa fosse possibile fare per evitare tale rischio. Essendo la risposta evidente – per essere competitivi, a una coalizione occorre contrapporre un’altra coalizione – non restavano che tre possibili soluzioni.

La prima: quella di fare un accordo politico tra tutti i partiti che si oppongono alla destra per presentare in ciascuno dei collegi uninominali un solo candidato che possa sfidare l’avversario. Soluzione evidentemente impraticabile, tanto che nessuno l’ha proposta, date le differenti prospettive che contrappongono i diversi partiti e che rendono impossibile l’elaborazione di un programma comune che dia vita a una coalizione politica.

La seconda soluzione era quella di creare una coalizione comprendente partiti almeno apparentemente più compatibili tra loro attorno al PD, che rappresenta la maggior forza di opposizione, e poi chiedere il voto agli elettori dei partiti esclusi dalla coalizione con l’argomento del ‘voto utile’: se volete che non vincano le destre, votate per noi e non disperdete i vostri voti in partiti che non hanno alcuna possibilità di farcela. Questa è la soluzione scelta dal segretario del Partito Democratico, Enrico Letta, che ha stipulato delle alleanze ma ha chiuso la porta al M5s. Ma pare difficile che gli elettori del Movimento possano considerare utile il voto dato a un partito che è il maggiore responsabile dell’approvazione del rosatellum, che si presenta come erede dell’agenda Draghi dopo avere ignorato le proposte di giustizia sociale avanzate da Giuseppe Conte, e che li ha messi fuori da quello che doveva essere un campo largo.

La terza soluzione era quella proposta da un esperto di sistemi elettorali come Antonio Floridia. Partendo dal fatto che col rosatellum sono possibili non solo coalizioni politiche ma anche semplici apparentamenti, Floridia proponeva di dare “un senso puramente ‘tecnico’ e non politico alla formazione di una coalizione: ogni lista che supera il 3% ha diritto ai propri seggi, e faccia campagna per sé, ma questi voti, sommandosi ad altri, possono concorrere ad evitare che i 147 seggi uninominali [della Camera, e similmente i 74 del Senato] siano tutti o quasi vinti dalla destra. [… Quindi] un accordo ‘tecnico’ (che però si fondi su un elemento politico unificante e cruciale: mettere al sicuro la Costituzione) quanto più ampio possibile” (Se la destra fa cappotto a rischiare è la Costituzione, in il manifesto 24/7/2022). Questo ‘cartello’ elettorale poteva essere l’unica soluzione per usare il voto degli elettori in modo veramente utile, perché in ogni collegio uninominale un solo candidato avrebbe affrontato quello del centro-destra, mentre nel proporzionale l’elettore avrebbe votato il partito di suo gradimento. Inoltre, ogni partito avrebbe potuto rivolgersi alla propria fetta di elettorato, e ciò sarebbe stato particolarmente conveniente per quelle forze capaci di coinvolgere le fasce più deboli della popolazione, tra le quali l’astensionismo arriva addirittura al 72%.

 

Gli esperti e i politici

 

Questa proposta era stata ripresa dal costituzionalista Gaetano Azzariti: “Antonio Floridia su il manifesto (https://ilmanifesto.it/se-la-destra-fa-cappotto-a-rischiare-e-la-costituzione) ha proposto un accordo “tecnico” tra tutte le forze contrarie alla coalizione di centro-destra. […] Le forze minori, che non hanno nessuna possibilità di conquistare il seggio maggioritario, rinuncino unilateralmente alla presentazione di loro candidati nei collegi uninominali. […] Nella situazione difficile nella quale ci troviamo, con una legge elettorale che non si è voluta modificare e che appare costruita per far vincere il centro-destra, ci vuole un po’ di coraggio per cercare di evitare il peggio. Ci vuole an-che un po’ di generosità da parte di chi non ha la forza (di conquistare i collegi maggioritari), ma ha la consapevolezza del valore della difesa della Costituzione” (Una proposta per salvare almeno la Costituzione, in il manifesto 26/7/2022).

La soluzione-Floridia era condivisa anche dall’ex senatore Gian Giacomo Migone: “Il rimedio di Antonio Floridia (cfr. il manifesto, 24 luglio) è quello di un cartello tecnico a cui aderirebbero tutte le forze politiche che, pur conservando la propria autonomia politica, impedirebbero il trionfo maggioritario dell’alleanza di centrodestra nei collegi uninominali previsti dalla legge vigente” (Una pessima legge elettorale che non fa gli interessi del Paese, in il manifesto 27/7/2022).

Sulla stessa linea si muoveva il giurista Domenico Gallo: il rosatellum “consente di stipulare accordi elettorali meramente tecnici. Non richiede un programma comune alle forze che si coalizzano, né l’indicazione di un Capo politico della coalizione. Rifiutarsi di stipulare un accordo tecnico fra diversi, quando Annibale è alle porte è un delitto politico” (Un campo largo a perdere, domenicogallo.it, 29/07/2022).

Gustavo Zagrebelsky, ex presidente della Corte Costituzionale, dopo aver affermato che una coalizione di emergenza “non è l’optimum ma nella situazione attuale mi sembra un male necessario”, esprimeva il suo stupore per la chiusura del PD nei confronti del M5s: “non riesco a capire per quale ragione sia stato pronunciato questo ostracismo nei confronti del movimento”. E avanzava l’ipotesi “che ci sia un non detto dietro questo anatema, vale a dire che la ragione di esso non risieda nella caduta del governo ma nel fatto che su alcune questioni di politica estera e di politica militare il movimento 5 stelle abbia assunto posizioni leggermente autonome rispetto al blocco Nato-Europa atlantica-Stati Uniti. Questo mi pare il punto. Ma davvero il nostro Paese non ha lo spazio per una politica minimamente autonoma?” (Perché le destre non stravincano: “Coalizione d’emergenza” senza preclusione, in Micromega 29/7/2022).

Anche il politologo Piero Ignazi manifestava il suo sconcerto per le chiusure e le aperture di Letta: “mantiene il cordone sanitario nei confronti di Conte & Co. per abbracciare i fuoriusciti di Forza Italia come Mariastella Gelmini, [… servile] nei confronti del suo capo fino a votare in parlamento che Ruby Rubacuori era la nipote di Mubarak” (Solamente un campo larghissimo può evitare la vittoria delle destre, in Domani 1/8/2022). E per Domenico Gallo, in piena sintonia con Zagrebelsky, è il “programma di “fondamentalismo atlantico” che spiega la scelta di Letta di escludere dal patto elettorale i 5S, [… i quali] dubitano della necessità di continuare a rifornire di armi l’Ucraina e quindi della necessità di continuare la guerra e di ridurre la spesa sociale. […] Uno scandalo così va messo a tacere e vanno oscurate le reali ragioni che hanno portato all’esclusione dei 5S” (Il fondamentalismo atlantico che influenza il voto italiano, in Ilfattoquotidiano 5/8/2022).

Una proposta di coalizione più articolata, infine, era quella di Tomaso Montanari, rettore dell'Università per stranieri di Siena, e del costituzionalista Francesco Pallante: alla destra “dovrebbero contrapporsi due distinte alleanze: una di centro-destra (o di Agenda Draghi, se si preferisce) composta da Pd, Azione, Più Europa, Italia viva, e una di sinistra composta dal Movimento Cinque Stelle di Conte, Articolo Uno, Sinistra Italiana, Possibile e dall’Unione Popolare di De Magistris. Queste due alleanze dovrebbero essere concorrenziali nel proporzionale, ma stipulare un patto tecnico di desistenza nei collegi uninominali, in modo che contro ogni candidato di estrema destra se ne schieri solo uno di questo patto costituzionale. [In tal modo parteciperebbero alla campagna elettorale] non due, bensì tre, progetti alternativi: lasciando [così] spazio a una coalizione decisa a cambiare il sistema, che riesca a portare al voto i disillusi, i poveri, i sommersi” (L’alleanza a due punte per battere Meloni & C., in Ilfattoquotidiano 2/8/2022).

 

La sordità dei partiti

 

Purtroppo i consigli degli esperti non hanno raggiunto i nostri politici, che hanno continuato a dividersi e a porre veti reciproci. Un caso esemplare è stato quello del PD e del suo segretario, che ha chiesto ai possibili alleati di non porre veti, mentre è stato il primo che ha posto un veto irreversibile nei confronti del M5s, e che – osservava Gaetano Azzariti – dopo avere siglato un patto con forze di centro si è illuso di poter attirare gli elettori di sinistra con “una spruzzatina di rosso-verde nel programma Draghi” (Un passo indietro dei partiti, uno avanti per la Costituzione, in il manifesto 5/8/2022).

A questo proposito, Barbara Spinelli criticava sia Letta, che fidandosi di Calenda si era accordato con lui, sia Fratoianni e Bonelli che, “ottusamente inghiottendo i controsensi di Letta […] si sono infine accontentati di porticine di servizio”. Ma soprattutto attribuiva a Draghi la volontà di sottrarsi alla responsabilità di governo dimettendosi “a ogni costo nonostante disponesse di una maggioranza solida” per non affrontare i rischi legati alle sue scelte geopolitiche di riarmo, mentre “sempre più italiani son contrari all’invio di armi all’Ucraina”, ed economiche: “Draghi prevede nuvole, ma sarà uragano” (Perdere le elezioni: l’operazione Letta, in Ilfattoquotidiano 7/8/2022) in autunno, quando i suoi modesti aiuti non basteranno ai ceti più deboli per affrontare l’aumento dei prezzi delle risorse energetiche e dei generi alimentari.

L’accordo Letta-Calenda, in particolare, aveva suscitato il duro giudizio di Tomaso Montanari: il patto con Calenda per dar vita a una “piccola alleanza di centro-destra imperniata su quella che ora si chiama Agenda Draghi” è una “scelta scellerata”, la cui responsabilità “ricade sul Pd di Enrico Letta”, mentre la “cieca avversione” nei confronti di Conte dipende, tra l’altro, “dall’opposizione [del M5s] a un atlantismo cieco e al riarmo”. E non escludendo per il futuro un “patto tra le due destre, l’Agenda Draghi e la Fiamma di matrice fascista”, Montanari concludeva: “questo scenario nero ha oggi un solo nemico rilevante: il Movimento 5 Stelle di Conte” (Patto tra le due destre: il Pd di Draghi e i fascisti, in Ilfattoquotidiano 7/8/2022).

Ma pochi avevano previsto quanto fosse inaffidabile Calenda. Questi, dopo 5 giorni dalla firma dell’accordo, ha rotto con Letta, al quale sono ormai rimasti soltanto +Europa, Art.1, Bonelli, Fratoianni e Di Maio: non proprio partiti con un gran numero di elettori. Sembra, dunque, che Letta sia destinato a imitare il Veltroni del 2008, come nota Domenico Gallo: “Dopo il 25 settembre Letta potrà vantarsi di aver fatto fuori i 5 Stelle, l’Unione popolare e qualunque altro avversario di sinistra, ma non potrà dolersi se il centrodestra porterà a casa il 100% dei seggi uninominali” (Un campo largo a perdere, domenicogallo.it, 29/07/2022).

Al momento, osservava Floridia, è stato lanciato “un messaggio di divisione e di implicita resa, che produrrà sfiducia e smobilitazione: saremmo ancora in tempo per un generale rinsavimento… ma temo che non accadrà” (Un lucido suicidio politico capeggiato dal Pd, in il manifesto 4/8/2022). E in effetti, scaduti i termini per la presentazione delle liste elettorali, si è preso ormai atto che gli appelli per la costruzione di un’alleanza antifascista sono caduti nel vuoto, soprattutto perché, ribadisce con amara ironia Domenico Gallo, “quando c’è una guerra in corso si richiede a tutti il massimo spirito di sacrificio. Il soldato Letta si è sacrificato sull’altare della NATO, che certamente non avrebbe gradito la partecipazione al governo italiano di una forza politica il cui leader” (Il sacrificio del soldato Letta, domenicogallo.it, 20/08/2022), Giuseppe Conte, non era disposto ad obbedire ciecamente agli ordini di Washington.

Se, quindi, una destra compatta batterà facilmente un’opposizione frammentata e stravincerà le elezioni, i cittadini democratici dovranno essere per sempre grati al PD renziano, che ha voluto il rosatellum, e ai partiti attuali, e in particolare al PD lettiano, che con i loro veti hanno reso impossibile quella coalizione tecnica proposta dagli esperti per salvare la Costituzione.

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