I tempi della Consulta e l’ipoteca sulle camere

di Francesco Pallante - ilmanifesto.it - 28/10/2026
Di fronte al rischio che si ripresenti oggi una situazione analoga a quella verificatasi nel 2014, sarebbe, dunque, auspicabile che la Corte optasse per riconoscere anche alle sentenze d’incostituzionalità delle leggi elettorali effetto pienamente retroattivo.

Riuscirà la Corte costituzionale a pronunciarsi sulla legge elettorale prima delle elezioni? La domanda è sulla bocca di tutti, in un contesto segnato da non poche incognite. Lunedì sono stati presentati i ricorsi in 25 Tribunali in tutto il Paese e già un primo Tribunale, quello di Trento, ha fissato udienza al 16 dicembre.

La strada è stata indicata fin dal 2009 dagli avvocati Aldo Bozzi, Claudio Tani e Felice Besostri, i primi a riuscire a portare innanzi alla Consulta una legge elettorale: il Porcellum, annullato dalla sentenza numero 1 del 2014. Ai giudici fu chiesto di accertare se la legge era compatibile con il diritto di voto sancito dall’articolo 48 della Costituzione e, in caso di condivisione dei dubbi dei ricorrenti, di rimettere la questione alla Corte costituzionale. La medesima via è stata proficuamente percorsa contro l’Italicum, annullato dalla sentenza numero 35 del 2017, ma non contro la legge in vigore fino a un mese fa, il Rosatellum, mai in quasi dieci anni di vigenza rinviato al giudizio d’incostituzionalità.

L’incognita principale riguarda i tempi della procedura. Prudenzialmente, data la variabile delle elezioni anticipate, per essere sicuri che la sentenza arrivi prima del voto, più che alla scadenza naturale della legislatura nell’autunno del prossimo anno, è alla primavera che occorre guardare. Secondo i calcoli più ottimisti, la Corte costituzionale potrebbe pronunciarsi nel marzo del 2027, anche grazie alla rapidissima promulgazione presidenziale e alla disponibilità ad accelerare le procedure manifestata dal presidente della Corte stessa. Sarebbe, tuttavia, imprudente escludere a priori la possibilità che l’iter procedurale possa prolungarsi, facendo slittare la sentenza a dopo le elezioni.

Si coglie agevolmente la delicatezza dell’ipotesi prospettata: il parlamento è stato eletto, l’abnorme premio di maggioranza assegnato, la maggioranza ha conferito la fiducia al governo che si è insediato a palazzo Chigi; ma, a cose fatte, ecco intervenire la Corte costituzionale a sancire che l’esito delle elezioni è stato determinato da una legge elettorale incostituzionale. Con quali conseguenze?

Nel 2014, in occasione dell’annullamento del Porcellum, la Corte costituzionale stabilì che la sua decisione non avrebbe avuto effetti sul parlamento eletto l’anno precedente. Il processo elettorale – argomentò la sentenza – si era esaurito nel 2013, dunque era da considerarsi inscalfibile: la decisione avrebbe avuto effetto dalle elezioni successive. Il risultato fu che quel parlamento, eletto con la legge elettorale incostituzionale, approvò due nuove leggi elettorali incostituzionali: l’Italicum, a sua volta annullato dalla Corte costituzionale, e il Rosatellum. Con la conseguenza che, adesso, un parlamento eletto sempre con il Rosatellum è tornato a cambiare la legge elettorale, ancora una volta ignorando i vincoli stabiliti dalla Costituzione. L’impressione è di stare precipitando in un pozzo senza fondo.

È chiaro che nel 2014 la Corte costituzionale volle ignorare le conseguenze della decisione di non far valere l’incostituzionalità anche nei confronti del parlamento eletto nel 2013. Al momento dell’adozione della sentenza era ancora in corso la convalida degli eletti – il procedimento attraverso cui le camere verificano le credenziali dei parlamentari – e fu un errore non impedire che questa avvenisse continuando ad applicare la legge dichiarata incostituzionale. In base a quanto stabilito dall’articolo 136 della Costituzione – che sancisce la perdita di efficacia della legge annullata dal giorno successivo alla sentenza -, più lineare sarebbe stato imporre alle camere di riassegnare i seggi senza tener conto del premio incostituzionale previsto dal Porcellum. Si sarebbe potuto far salva l’attività del parlamento tra l’elezione e la sentenza; ma dopo la sentenza tutto il procedimento di convalida, ancora in corso, avrebbe dovuto essere rivisto. Con ciò si sarebbe, tra l’altro, evitato che il Pd renziano approfittasse della situazione addirittura per provare a cambiare unilateralmente la Costituzione.

Di fronte al rischio che si ripresenti oggi una situazione analoga a quella verificatasi nel 2014, sarebbe, dunque, auspicabile che la Corte optasse per riconoscere anche alle sentenze d’incostituzionalità delle leggi elettorali effetto pienamente retroattivo.

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