Legge elettorale, il governo aspetti la Corte. Votare prima sarebbe un caso di slealtà

di Donatella Stasio - ilmanifesto.it - 30/10/2026
Nel rapporto con il governo, la Consulta si è attenuta al principio di leale collaborazione tra gli organi dello Stato. Tocca a palazzo Chigi non insistere sul suo tornaconto

Si chiama «leale collaborazione istituzionale» e l’abbiamo vista all’opera ogni volta che la Corte costituzionale, pur ravvisando un profilo di incostituzionalità in una legge al suo esame, si è fermata e ha invitato il legislatore a intervenire.

Oppure quando ha rinviato un’udienza perché sembrava imminente una delibera parlamentare o un provvedimento del governo. Ma la leale collaborazione istituzionale non è unidirezionale. Dovrebbe essere reciproca. E allora la domanda è: perché governo, parlamento e finanche il presidente della Repubblica, non dovrebbero aspettare, in un caso delicatissimo come la legge elettorale, il verdetto della Corte costituzionale prima di compiere qualunque passo verso le elezioni?
L’interrogativo è d’obbligo in questi giorni di calcoli per capire se la Consulta riuscirà a pronunciare una sentenza “utile” sul Melonellum, che consenta di andare ai seggi con l’animo sereno, ovvero, con una legge elettorale rispettosa del principio di rappresentatività e tale da escludere la prospettiva di governi pigliatutto, cioè di un potere assoluto e incontrollabile, insofferente al pluralismo e ai diritti delle minoranze.

Come ha ricordato Francesco Pallante su questo giornale, quando la Corte dichiarò incostituzionale il Porcellum, nel 2014, precisò che la sua pronuncia non poteva avere effetti sul parlamento insediatosi l’anno precedente sulla base di quella normativa, ancorché illegittima, perché il processo elettorale si era concluso e quindi era intangibile. Quel parlamento, pur «abusivo», approvò due nuove leggi elettorali, l’Italicum, anch’esso annullato dalla Corte, e il Rosatellum, ora sostituito dal Melonellum. Non solo, approvò persino una riforma della Costituzione, poi bocciata al referendum popolare.

Di qui la richiesta alla Corte di prevenire queste distorsioni, attribuendo valore retroattivo anche alle sentenze sulle leggi elettorali. Giusto. Tuttavia, credo che prima venga un’altra richiesta, da rivolgere però agli interlocutori istituzionali della Corte, ed è una richiesta di «leale collaborazione» per far nascere un parlamento senza macchie di incostituzionalità. Il che dovrebbe essere un obiettivo condiviso, nell’interesse generale.

I RICORSI contro il Melonellum sono stati presentati e alcuni Tribunali hanno già fissato udienza a dicembre. È quindi probabile che, se accolti, a gennaio arrivino a palazzo della Consulta. Da dove hanno fatto sapere che i tempi di fissazione dell’udienza saranno ridotti al minimo, per cui è altrettanto probabile che l’udienza si svolga tra gennaio e febbraio. Dunque, la Corte si è già fatta carico della situazione, visto che in ballo c’è il diritto di voto dei cittadini sancito dall’articolo 48 della Costituzione. Un atto di rispetto, il suo, verso il corpo elettorale e al tempo stesso un gesto di leale collaborazione istituzionale verso governo, parlamento, Quirinale. Altrettanto ha fatto quest’ultimo se è vero che ha promulgato subito il Melonellum per lasciare alla Corte più tempo possibile per decidere «utilmente» sulla costituzionalità della legge.

Il governo, a parole, assicura che la legislatura arriverà alla fine (ottobre 2027) ma nei fatti studia i sondaggi per anticipare il voto. La data sembra quindi dipendere – oltre che dal Capo dello Stato, che deve sciogliere le camere e firmare il decreto di indizione delle urne – da interessi puramente di bottega della maggioranza. Perciò è difficile aspettarsi un gesto di «leale collaborazione istituzionale» nell’interesse generale. Finora, il governo Meloni si è connotato per la sua «slealtà istituzionale», interpretando la «collaborazione» o come ubbidienza degli altri poteri ai propri desiderata, vedi, da ultimo, l’ennesimo, sguaiato attacco della premier alla giudice di Milano perché, respingendo le richieste del pm sulla convalida del fermo di Youssef Siher, non si è adeguata alla narrazione repressiva del governo ma le ha anteposto la tutela delle libertà fondamentali. Oppure come ostruzionismo alle decisioni degli organi di garanzia, a cominciare da quelle della Consulta se riconoscono diritti costituzionali sgraditi alle destre di governo, come nel caso del «fine vita»: una vicenda in cui la maggioranza, non paga dell’ostruzionismo, ha persino preteso che la Corte facesse un passo indietro, promettendo che, di lì a poco, sarebbe stato il parlamento a fare un passo avanti. Promesse mai mantenute. Le sentenze restano sulla carta (e da un lato è stato persino meglio, perché la strada imboccata dalla maggioranza va in senso opposto a quella indicata dalla Corte).

La «leale collaborazione» tra i poteri dello Stato è un principio prezioso delle democrazie costituzionali: ogni potere è separato e indipendente dall’altro, deve stare al proprio posto e deve svolgere fino in fondo il proprio ruolo, senza rimpicciolirsi; ma ciascuno deve collaborare lealmente con l’altro, perché l’attuazione dei diritti e dei principi costituzionali è una responsabilità condivisa fra tutte le istituzioni della Repubblica. Quindi, dobbiamo pretenderla.
Ma tant’è. Dopo quattro anni, si può dire che quello del governo Meloni non è analfabetismo costituzionale ma cultura antisistema. Di qui la ripetuta violazione degli unici «confini» che vanno rispettati, quelli della democrazia costituzionale, oltrepassati anche con la legge elettorale. E tuttavia, sta a noi ricordare che quei confini esistono, sono invalicabili e che chi non li rispetta è l’unico vero straniero in patria.

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