Referendum giustizia, il costituzionalista Villone: “Il governo strozza il dibattito. Nel 2001 attesero sette mesi”

di Luca De Carolis - Ilfattoquotidiano.it - 18/01/2026
“Il Tar deve decidere sulla sospensiva, e la Cassazione può cambiare il quesito”

Le norme difendono diritti, la dottrina costituzionale intreccia la politica. Così parlando di referendum, Massimo Villone, professore emerito di Diritto costituzionale all’Università di Napoli, insiste su un punto: “Fissando la data del voto il 22 e il 23 marzo, il governo ha strozzato i tempi del dibattito pubblico, quasi sterilizzando i diritti dei cittadini. Non ci sono precedenti in questo senso”.

Si sono raggiunte le 500 mila firme per la richiesta di referendum promossa da 15 giuristi. Che segnale rappresenta?

Ci racconta che c’è grande voglia di partecipazione democratica, e questo va colto dalle associazioni, dai sindacati e dai partiti. All’inizio non tutti l’avevano compreso, ma se in due giorni si sono raccolte 100 mila firme vuol dire che è successo qualcosa. Ma ora bisogna proseguire con le sottoscrizioni, per portare entro il 30 gennaio in Cassazione tutte le firme raccolte.

Intanto però il governo ha tirato dritto, fissando la data del referendum. E il Quirinale ha firmato il decreto di indizione, poche ore dopo che i 15 lo avevano informato del ricorso al Tar contro la decisione dell’esecutivo. Era inevitabile?

Stando a quanto ho letto, deduco che il Colle non abbia ravvisato elementi di manifesta incostituzionalità nell’atto del governo. La questione è sicuramente opinabile, e io non mi sento di condannare il Quirinale per aver deciso così.

Ora c’è il Tar.

Certa stampa ha scritto erroneamente che la richiesta di sospensiva del decreto dei 15 “volenterosi”, come li chiamo io, sia stata già respinta dal Tar. Ma è falso: semplicemente, i ricorrenti avevano chiesto che il tribunale decidesse in via monocratica, e invece il Tar si esprimerà in via collegiale il 27 gennaio, ma questo non significa che siano venute meno le ragioni cautelari addotte dai ricorrenti.

Cioè l’esigenza di fermare con urgenza tutto.

Esattamente. I ricorrenti sostengono, e a mio avviso hanno pienamente ragione, che il voto potesse essere fissato solo dopo il 30 gennaio, ossia dopo il termine entro cui va completata la raccolta delle firme. Così prevede l’articolo 138 della Costituzione, secondo cui le leggi di revisione costituzionale sono sottoposte a referendum popolare quando, entro tre mesi dalla loro pubblicazione, ne facciano domanda un quinto dei membri di una Camera o 500 mila elettori o cinque Consigli regionali. E questa legge è stata pubblicata il 30 ottobre.

Ma il governo si rifà alla legge 352 del 1970, secondo cui il referendum è indetto entro 60 giorni dall’ordinanza della Cassazione che lo abbia ammesso: in questo caso, il 18 novembre.

Deve prevalere quanto previsto dalla Carta, ossia dall’articolo 138, facendo partire il cronometro dall’ordinanza che la Cassazione assumerà sulla raccolta firme. E io credo che i ricorrenti di fronte al Tar possano sollevare un’eccezione di incostituzionalità sull’inaccettabile interpretazione data dal governo alla legge 352, che rende marginale o perfino eventuale la richiesta di referendum di 500 mila elettori. Sarà poi il giudice a decidere se sollevare la questione davanti alla Consulta.

Lei sostiene che il governo abbia reso marginale un’iniziativa dei cittadini

Assolutamente sì. E guardi, l’esperienza ci dice che i 15 promotori non possono certo essere accusati di iniziative dilatorie. Nel 2001 il referendum sulla riforma del Titolo V della Costituzione si tenne circa sette mesi dopo il voto parlamentare, e la migliore dottrina costituzionalistica censurò la brevità del tempo intercorso, segnalando la deriva plebiscitaria che ne sarebbe conseguita e l’impossibilità di un dibattito pubblico adeguato. Gli altri referendum costituzionali hanno avuto tempi più lunghi. Ora il governo vuole il referendum a poco più di quattro mesi e mezzo dal voto in aula.

Cosa accadrà ora?

La Cassazione ammetterà le firme, e quindi dovrà valutare il quesito proposto dai 15, che è diverso e a mio avviso più chiaro di quello del governo. Spetta alla Corte rendere omogenei i due quesiti.

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