Ha vinto il No, ampiamente e con un’affluenza maggiore di quanto ci si aspettasse. È bene che sia stata respinta una pessima riforma, nata male e gestita peggio. È un rigetto nel metodo e nel merito, dopo una campagna referendaria segnata da contumelie, insulti, fake news e menzogne da quando a destra sono saltati i nervi per la rimonta del No. Da ultimo, Meloni è scesa in campo mettendoci la faccia. Non è bastato.
Cosa succede ora? Meloni ha subito affermato che la maggioranza va avanti per “onorare il mandato”. Ma come intende onorarlo, il mandato da lei riassunto nel 2022 nella formula “rivoltare il paese come un calzino”? Ci sarà un effetto sulle politiche dell’esecutivo? Rimangono due pezzi – premierato e autonomia differenziata (Ad) – del trittico di riforme fondato sullo scambio tra i partner della coalizione. Il segnale negativo venuto dal voto popolare toglie dall’agenda della maggioranza una seconda riforma costituzionale per il premierato. Il rischio sarebbe alto, mentre metter mano alla Costituzione non è necessario. Il risultato di spostare l’assetto delle istituzioni verso un monismo centrato su Palazzo Chigi si può in larga misura ottenere con la sola legge elettorale. La proposta in campo, con la previsione di un megapremio di 70 deputati e 35 senatori, darebbe a chi vince superando il 40% dei votanti la possibilità di controllare il Parlamento, di scegliere il Capo dello Stato, e di incidere decisivamente sulla composizione della Corte costituzionale. Quanto all’Ad, il lombardo-veneto ha dato la vittoria al Sì. Ma nel Mezzogiorno il No prevale praticamente ovunque, anche laddove governa la destra. Un segnale politico da non sottovalutare.
Tre i punti da considerare. Il primo. Per la giurisprudenza della Consulta un referendum ex art. 75 sulla legge elettorale è del tutto inammissibile se totale, e fortemente limitato dall’eccesso di manipolatività se parziale. Il secondo. La stessa giurisprudenza costituzionale (sent. 1/2014 e 35/2017) pone una griglia abbastanza lasca al legislatore, che può (fingere di) osservarla senza abbandonare l’obiettivo. Il terzo. Il referendum è inammissibile anche per le leggi approvative di intese con le regioni sull’Ad. Non c’è da illudersi che la maggioranza cerchi una vera interlocuzione con le opposizioni per soluzioni condivise. Contro le leggi volte ad attuare la restante parte del disegno riformatore della destra le opposizioni non dispongono di strumenti per bloccare la maggioranza, se rimane compatta. Quindi la maggioranza può arrivare al voto 2027 evitando nuove verifiche referendarie, e recando in campagna elettorale la proposta sostanziale di una propria costituzione. Che lezione trarre? I possibili effetti sulla composizione del governo, con l’uscita di Delmastro, Bartolozzi o persino Nordio, interessano poco. Piuttosto, dobbiamo sottolineare che è stato un voto di alto significato politico, ma non come voto di buoni sentimenti in difesa della Costituzione più bella del mondo. Ha mostrato piuttosto la progressiva acquisizione di una consapevolezza: il disegno riformatore va considerato nel suo complesso, e la democrazia non si può mai dare per scontata o definitivamente acquisita.
Nel 2018 viene pubblicato How Democracies Die, di S. Levitsky e D. Ziblatt (Come muoiono le democrazie, Laterza). Gli autori insegnano Scienza politica alla Harvard Business School, e il libro è un testo di riferimento nella ormai vasta bibliografia sulla crisi in atto delle democrazie cd. liberali di cui l’Italia fa parte. La tesi di fondo sostenuta dagli autori è che la democrazia può morire per consunzione, scivolando progressivamente e rispettando le forme legali verso l’autocrazia, senza alcun violento sovvertimento delle istituzioni. Berlusconi riceve una citazione per il suo attacco ai giudici “comunisti”. È su questa base concettuale che si stilano classifiche sulla salute democratica dei paesi, incluso il nostro.
Per il Democracy Report 2026 del V-Dem Institute l’Italia manifesta una tendenza verso l’autocrazia, con segnali di allarme su libertà di espressione e media, e sull’indipendenza della magistratura. Il New York Times ha costruito per gli Usa un Autocracy Index su dodici indicatori di scivolamento nell’autocrazia, di cui almeno otto sono in qualche misura applicabili anche all’Italia governata da Meloni. Il voto del 22-23 marzo ci dice che il popolo sovrano vuole mantenere l’assetto democratico costruito nella Costituzione vigente. Con una partecipazione in larga misura spontanea e di società civile ha dato un segnale chiaro di voler contare, e non una sola volta ogni cinque anni nel momento sacrale dell’investitura del capo come vorrebbe Meloni. Spetta ora alle opposizioni cogliere quel segnale.

