Lenin disse una volta che “ci sono decenni in cui non accade nulla. E poi delle settimane in cui accadono decenni”. Potremmo descrivere così questo arrivo della primavera che ha visto la straordinaria vittoria del NO al referendum sulla giustizia e la grande manifestazione nazionale No Kings che ha portato a Roma trecentomila persone.
Naturalmente, ciò che è accaduto non è avvenuto senza una sedimentazione nella società di un autunno che ha visto piazze oceaniche contro guerra, genocidio, riarmo e autoritarismo, animate da una generazione di giovani, scesa in campo per restarci. Come ha dimostrato partecipando in massa al referendum e dando sostanza al movimento No Kings.
Il governo Meloni ha accusato il colpo e ora naviga dentro una tempesta dalla quale, tra teste che cadono, “riforme” che evaporano, elezioni anticipate annunciate e smentite, non sa se e come uscirne.
Perché deve fronteggiare un NO al referendum che ha fermato la torsione autoritaria delle istituzioni, una delle cifre fondanti del programma di governo meloniano, e una straordinaria manifestazione del movimento No Kings che ha costruito un luogo di riconoscimento collettivo per tutte le lotte, le pratiche e le esperienze che quotidianamente e nei territori suggeriscono un’alternativa di società.
Il fatto nuovo è stata la convergenza di tutte queste realtà, che nel “camminare sulla testa dei re” e nell’opporsi a tutte le loro guerre, ha riempito di SI le strade di Roma, affermando i principi della giustizia sociale e climatica, della fine della precarietà, della dignità del lavoro, della difesa dei beni comuni e dei servizi pubblici, del diritto alla pace e al futuro, della lotta al patriarcato, di una democrazia partecipativa, diffusa e dal basso.
Ha detto che un nuovo mondo è in marcia, che è in grado di bloccare tutto per interrompere il baratro della guerra in cui vorrebbero rinchiuderci, e che è tempo di scrutare l’orizzonte, se lo facciamo tutte e tutti insieme.
Un movimento è in campo con la forza e la ricchezza che accompagnano ogni stato nascente e con la fragilità che ogni esistenza comporta. Di fronte a sé ha diverse direzioni da intraprendere e altrettante trappole da evitare.
Una prima direzione riguarda la reticolarità territoriale: il nostro non è un paese di grandi città con nient’altro attorno, bensì un complesso di comunità locali dentro le quali, contro i re che vogliono mettere a valore territorio e patrimonio pubblico, servizi e relazioni, occorre rivendicare la partecipazione diretta alle decisioni collettive, fino a sperimentare forme di autogoverno territoriale sociale ed ecologico.
Una seconda direzione riguarda l’Europa, perché ciò che accade nel nostro paese è qualcosa che va molto oltre lo stesso, e deriva da un’Unione Europea che ha deciso di sostituire il welfare con il warfare, di militarizzare l’economia e la società e di voler arruolare tutte le coscienze. Senza un vero movimento europeo, l’inversione di rotta rischia di rivelarsi impossibile.
Una terza direzione riguarda il processo stesso di convergenza, che non può mai darsi un perimetro definito ma continuare a tendere all’inclusione massima possibile, perché se ci si pensa maggioritari dentro la società occorre che tutto questo si tramuti in processi concreti e non abbia l’evanescenza di una sorta di sondaggio d’opinione.
Se queste sono le possibili direzioni verso le quali camminare, occorre rilevare le possibili trappole lungo il percorso.
La prima trappola è quella dell’identitarismo e della compulsione organizzativista. Un movimento non è mai solo diretto o solo spontaneo; spesso, soprattutto quando riesce, è il frutto della capacità di reti e realtà sociali di intuire i movimenti carsici che attraversano la società, mettendo a disposizione luoghi di incontro e di riconoscimento reciproco. Ma un movimento prolifera se mette insieme, e permette loro di sentirsi comode, tutte le culture che variamente lo promuovono e che grazie ad esso si trasformano. Nessuna reductio ad unum può far bene, perché se tutte e tutti siamo aria nessuno può immaginare di essere polmone.
La seconda trappola è quella della artificiosa rappresentanza, ovvero la pratica ormai consolidata dentro i partiti istituzionali di fingersi sintesi di ciò che dentro la società si muove. E se qualche leader istituzionale ha subito pensato di aver incamerato i No al referendum e i colori della piazza No Kings, occorrerà spiegare bene come non si abbattono i Re per sostituirli con altri, ma è proprio di un’altra democrazia che si sta parlando.
La terza trappola riguarda la gerarchia delle lotte, diretta conseguenza dell’agenda che ogni movimento prima o poi tende a darsi. Se la semplice formula No Kings ha saputo accomunare tutti i No soggettivamente espressi in un percorso comune, ciò è dovuto al fatto che oggi il capitalismo è pervasivo e non lascia alcuno spazio al di fuori di sé; questo significa sia che ogni lotta dice un pezzo di verità su questo modello, sia che ciascuna è necessaria tanto per cambiare i rapporti di forza dentro la società quanto per costruire quel caleidoscopio di contenuti necessario all’alternativa di società. Non siamo in campo contro l’attuale dominio per costruirne un analogo in futuro.
Nelle urne del referendum e nei colori delle strade di Roma abbiamo sperimentato la vertigine della bellezza, perché l’orizzonte allarga lo sguardo ma mette anche i brividi sulle nostre capacità di sostenerlo.
Ad un autunno che ha sbalordito tutte e tutti noi è seguita una primavera apertasi con allegria e determinazione.
Non ci resta che continuare a camminare, senza smettere di domandare.

