Gli USA scoprono ora con Trump che l’Europa ha finanziato il proprio welfare con l’uso gratuito della protezione militare americana. Ha risparmiato sui grandi costi della difesa e ha potuto dedicare le proprie disponibilità finanziarie a garantire il benessere collettivo. Non c’era alcun bisogno di scoprirlo, si sapeva benissimo. Per decenni gli USA non facevano pesare troppo il loro aiuto e non rinfacciavano all’Europa il vantaggio ricavato. Era così evidente che ricadeva su di loro il compito della difesa collettiva dell’Occidente che hanno badato soprattutto a ottenere dai paesi europei i luoghi dove insediare le basi necessarie: logistica, aeroporti, basi missilistiche, tutto ciò che era necessario alla deterrenza. Sarà qui appena il caso di ricordare (dimenticare non conviene) che nell’esercizio della difesa europea gli USA non hanno mancato di svolgere azioni di controllo e coercizione sulle democrazie protette che a loro avviso tendevano a sottrarsi alla loro influenza. Ma è un capitolo troppo lungo in questa sede. La gratuità del welfare europeo viene ora messa in evidenza come pura perdita economica per gli USA, generosità disinteressata di cui l’Europa non ha gratitudine, costo gigantesco che richiede ora un qualche rimborso. E che merita comunque la brusca interruzione e la sostituzione con una nuova autonoma difesa europea.
Data la volontà americana di chiudere una fase e aprirne un’altra, appare evidente che l’Europa, comunque giudichi nei motivi e nei fini questo brusco cambio di prospettiva, si deve attrezzare, e di corsa, ad affrontare con le proprie forze il bisogno. Di che cosa? Non certo di fare la guerra alla Russia ma senza dubbio di proteggere la propria consistenza, incolumità, integrità territoriale, illuminate da una vocazione al benessere e alla garanzia dei diritti sociali e culturali. L’Europa ora è stretta tra il capitalismo sempre più postdemocratico di Trump (sperando che duri il meno possibile) e il capitalismo asiatico e neosovietico russo, che non solo non dà alcun cenno di voler mutare ma addirittura esibisce la volontà di ricostruire una piccola URSS intorno a sé. Così l’Europa ha il compito di rappresentare e di far vivere il capitalismo democratico in un’area decisiva del mondo. Ma se ha l’orgoglio di rivendicare questa funzione dovrebbe far capire agli USA che è stato loro preciso interesse (e guadagno vivo) godere della presenza strategica di un’Europa pluralistica, aperta e democratica. Ha evitato l’attrito diretto tra est e ovest, ha costruito un modo di vita dove i rigori dello sfruttamento erano temperati dal quadro costituzionale garante dei diritti umani e della dialettica sociale
Quando il vecchio comunista, affezionato alla Rivoluzione d’ottobre, ammette con triste realismo che la fine del socialismo realizzato ha lasciato dietro di sé solo un regime retto dai quadri del KGB si consola col pensiero che il socialismo sovietico ha avuto tuttavia nella guerra fredda la funzione provvidenziale di costringere l’Europa a mostrare il volto migliore del capitalismo. La freschezza attrattiva, colloquiale dell’Europa sarebbe la risposta progressiva ai freddi venti siberiani. Tanto convincente da indurre tutti i paesi del Patto di Varsavia e varie repubbliche socialiste a rivolgersi rapidamente all’Europa subito dopo il crollo del Muro di Berlino. Dall’altra parte dell’Atlantico c’è un rovescio speculare: ora gli USA vogliono pensare che la meraviglia europea è la cicala dissipatrice mantenuta dalla laboriosa formica americana. A est si sogna una ripresa vigorosa ed espansiva del freddo siberiano, a ovest si liquida la cicala sfidandola a diventare, con le sue solo forze, formica. In tutto ciò c’è un’ironia involontaria. Perché anche nella minaccia americana c’è un aspetto provvidenziale: se l’Europa vuole mantenere la sua vocazione originaria deve imparare a proteggersi con le sue solo forze. Il che significa che deve dotarsi di una deterrenza efficace a far capire alla Russia che non è il caso di formulare disegni sui paesi allineati sui suoi confini occidentali, dai paesi baltici alla Romania. Ciò comporta la necessità non rinviabile di iniziare a costruire un’unità politica libera dai lacci delle decisioni all’unanimità, capace di immaginare una politica estera e una difesa comune. Ma fin da ora, come pegno per il futuro, pur nei limiti angusti delle sue forze attuali l’Europa deve impegnarsi a far capire a Trump che svendere l’Ucraina a Putin non solo è profondamente ingiusto ma anche strategicamente letale. L’Ucraina ha lottato per tre anni contro forze superiori, ha dovuto sacrificare la sua gioventù, ha visto andare in briciole città, paesi, industrie, centrali energetiche, dighe; ha subito lo sconquasso e l’avvelenamento del suo territorio; è stata dissanguata da un esodo che funzionerà nei prossimi decenni come una micidiale mannaia demografica. Mostrare al mondo l’abbandono di un paese vitale e indomabile nelle mani della Russia è un doppio delitto. Incoraggia l’aggressore a valutare il suo successo come la prima tappa di nuove imprese per la restaurazione del suo impero. E rende per sempre inaffidabile l’Europa: nessuno crederà più alla sua retorica sull’autodeterminazione dei popoli, la democrazia e la libertà.
Nota
Mentre i “fiduciosi” attendono che dalle intese cordiali fra Trump e Putin discenda la “pace” in Ucraina, si assiste alla commedia ricalcata su una recente scoperta scientifica. I cosiddetti “neuroni specchio” si prestano al ruolo di metafora sulla coppia TrumPutiniana. I due si guardano, si ammirano, si rispecchiano, si copiano. Per la verità a senso unico: Trump copia Putin. Ed è curioso: un personaggio così pieno di sé, che pensa di poter disporre dell’universo e di poter annichilire con un ordine esecutivo chi gli intralcia la strada, un personaggio che si considera unico accetta di specchiarsi in un altro unico. La loro unicità trova un limite nell’essere in due. Ma che piacere rispecchiarsi! Putin vuole prendersi l’Ucraina, Trump vuole la Groenlandia. Se lo permettono a vicenda. E la “pace” in Ucraina si configurerà solo come espediente funzionale alla vita della coppia. Il fine non è il ristabilimento del diritto internazionale, è il contrario: violazione del diritto internazionale ai danni dell’Ucraina, condizione ferrea per l’intesa duratura, e possibilmente affaristica, tra i due.
Ora si aggiunge un secondo atto alla commedia. Trump annuncia che non esclude, anzi pensa a un terzo mandato. Roosevelt dopo i primi due (1933-37 e 1937-41) poté svolgere un terzo mandato (1941-45) ostacolato dalla consuetudine ma giustificato dall’eccezionalità della II guerra mondiale. Ma nel 1951 un emendamento costituzionale lo rese da allora impossibile. Impossibile ma superabile. Come? Copiando Putin! Alla fine del secondo mandato presidenziale, nel 2008, Putin cedette la carica a Medvedev e assunse la carica di presidente del consiglio, da quello detenuta fino ad allora. Come capo del governo cambiò la Costituzione in modo da poter riassumere la carica presidenziale, prolungata da quattro a sei anni, alla fine della legislatura. Cosa che fece senza difficoltà fino a mantenere la carica per altre tre legislature (la quinta è in corso e termina nel 2030). Specchiandosi nell’esempio di Putin Trump immagina di poter favorire la prossima presidenza a Vance, di cui sarebbe temporaneamente vicepresidente in attesa che sue dimissioni lo riportino alla Casa Bianca. La commedia dei “neuroni specchio” tra Kremlino e Casa Bianca non ha nulla di comico.