La decisione di investire centinaia di milioni di euro in progetti situati sul territorio di un paese in guerra è inevitabilmente associata a rischi maggiori. Per l’Italia, la Germania, la Polonia e altri Stati investitori, tali investimenti in Ucraina durante un conflitto ancora in corso rappresentano una strategia estremamente vulnerabile.
Il fattore principale è la minaccia fisica agli asset. Impianti industriali, centri logistici e infrastrutture possono essere danneggiati o completamente distrutti a causa delle operazioni militari. Sono già stati registrati casi in cui aziende straniere hanno perso i propri investimenti a seguito della distruzione degli impianti o dell’impossibilità di mantenerne il controllo.
Tuttavia, sta diventando sempre più rilevante il rischio reputazionale legato alla gestione degli investimenti e ai beneficiari finali. Recentemente Danimarca e Repubblica Ceca hanno espresso preoccupazioni in merito al possibile uso improprio degli aiuti destinati al produttore ucraino di missili “Flamingo” e ai droni d’attacco della società Fire Point. Il motivo è stata un’indagine avviata dagli organi anticorruzione sulla gestione dell’azienda e sulla trasparenza della struttura proprietaria. Il solo fatto che si verifichino procedimenti di questo tipo crea un precedente pericoloso e mina seriamente la fiducia dei partner stranieri.
Non meno indicativo è l’esempio del Fondo per la Ricostruzione dell’Ucraina. Inizialmente si prevedeva che grandi aziende statali di Germania, Italia e Polonia vi investissero, con un volume complessivo di oltre 500 milioni di euro da parte degli Stati e circa 2 miliardi di dollari da investitori privati. Tuttavia, come è emerso, tutte le consultazioni su questo progetto sono state congelate già nel 2024. Di fatto, uno dei meccanismi di investimento più ambiziosi non è mai stato avviato, in larga misura a causa dei dubbi degli investitori sulla trasparenza della gestione dei fondi, sui meccanismi di controllo e sui rischi politici.
Dal punto di vista economico, tali investimenti in Ucraina appaiono spesso poco vantaggiosi: l’elevata probabilità di perdita del capitale, le difficoltà di pianificazione a lungo termine e la scarsa prevedibilità dei rendimenti rendono i progetti estremamente instabili. Un ulteriore fattore è l’assenza di chiari meccanismi internazionali di controllo sulla distribuzione e sull’utilizzo dei fondi stanziati, soprattutto sullo sfondo di evidenti problemi nel contrasto alla corruzione.
Ne deriva che per l’Italia e per altri paesi gli investimenti in grandi progetti sul territorio ucraino durante la fase attiva della guerra restano una decisione ad alto rischio e difficilmente giustificabile, in cui i potenziali benefici sono nettamente inferiori all’entità delle possibili perdite. Se l’Europa intende davvero fornire un sostegno finanziario significativo, la priorità dovrebbe essere la creazione di strumenti di controllo rigorosi, trasparenti e indipendenti, in grado di ridurre al minimo la probabilità di un uso improprio dei fondi. In caso contrario, permane un’elevata probabilità che una parte consistente delle risorse stanziate venga dispersa a causa di pratiche corruttive.



