Nonviolenza

di Paolo Cacciari - comune-info.net - 06/04/2022
La guerra è modo di porsi nel mondo penetrato da tempo dentro di noi. Il suo coronamento è il modello economico di stampo capitalista (competizione, profitto, accumulazione) che imita la guerra permanente di tutti contro tutti

All’inizio della “grande accelerazione” nel secondo dopoguerra avevamo pensato che la nostra specie sarebbe finita sepolta sotto le scorie industriali e contaminata da sostanze inquinanti. Più recentemente abbiamo pensato che l’apocalisse sarebbe arrivata dal cielo con il surriscaldamento dell’atmosfera provocato dai gas climalteranti. Infine abbiamo temuto che la morte sarebbe penetrata dentro le nostre cellule attraverso un virus malefico capace di “saltare” (spillover) tra le specie animali. Abbiamo sempre immaginato la catastrofe attraverso perturbazioni “indesiderate” e “impreviste” della biosfera. Ora, la guerra dentro l’Europa, ci ha fatto ricordare che l’agente distruttivo della vita sul pianeta siamo direttamente noi stessi. Siamo capaci di suicidarci volontariamente e con le nostre mani. Siamo capaci di ideare, finanziare, costruire strumenti di morte micidiali e di usarli. Le stesse armi nucleari non sono più un tabù impronunciabile.

Il pericolo di un eccesso di potere del “complesso militare-industriale” è stato da tempo denunciato, persino da un presidente degli Stati Uniti, Dwight Eisenhower, in piena guerra fredda. Ma ora non siamo in presenza del delirio del dottor Stranamore, l’indimenticato protagonista del film di Stanley Kubric. Né possiamo seriamente raccontarci la favola consolatoria del Grande dittatore (Charlie Chaplin) malato di mente che si crede un nuovo zar.

La guerra è parte intrinseca, strutturale di un sistema di pensiero, di un modo di porsi nel mondo che è penetrato dentro di noi. Il ripugnante tifo da stadio per le parti in guerra in Ucraina messo in scena dagli anchorman televisivi e dagli esperti di geopolitica denota una malattia profonda che corrode l’animo delle persone. Un male che soffoca i sentimenti più umani, la compassione, l’attaccamento alla vita. Siamo tutti, chi più chi meno, figli di un sistema sociale che ha fatto dell’avidità e dell’egoismo le sue virtù. Così, il militarismo, la guerra, la violenza sono stati “naturalizzati”, accettati come comportamenti umani “normali”, insuperabili.

La logica della conquista, dell’appropriazione, della sopraffazione e della dominazione dei soggetti più deboli guida da secoli la trionfale avanzata della civiltà, prima europea, poi mondiale. Il suo coronamento è il modello economico di stampo capitalista (competizione, profitto, accumulazione) che imita la guerra permanente di tutti contro tutti (imprese, nazioni, aree geopolitiche) giocata con altri mezzi. Ma questa economia non sarebbe possibile senza la “protezione” degli eserciti. C’è una logica stringente nel “dover” dedicare sempre più risorse agli eserciti. Chi riesce ad avere a disposizione più forze armate ha il potere per imporre ai competitori-avversari le proprie “ragioni di scambio” (prezzi, valute di riferimento, infrastrutture, aree commerciali, materie prime da sfruttare, diritti di proprietà, brevetti, rendite ecc. ecc.).

Le alleanze militari segnano i territori di influenza, i confini dei “mercati più favorevoli”. Per assurdo, più sei debole, più sei a corto di buone ragioni convincenti, più hai bisogno di armi. Ho l’impressione che il “confronto” tra la Nato (per interposta persona dell’Ucraina) e la Federazione russa si iscriva in uno scenario di reciproci fallimenti (militari e politici). Ultimi rantoli di imperi decadenti, ma non per questo meno scellerati e portatori di sventure (leggi anche Immaginare l’impensabile di Franco Berardi Bifo).

Sradicare la mentalità della guerra, i comportamenti aggressivi, le azioni violente dovrebbe essere la epocale missione civilizzatrice della cultura e della politica. L’unica “deterrenza” contro la violenza è la rinuncia alle armi. L’unica arma di dissuasione all’uso della violenza è la nonviolenza. L’unica politica di pace è il disarmo unilaterale.

“Questo capitalismo porta in sé la guerra come le nuvole il temporale”, scriveva Jean Jaurès, socialista pacifista, poco prima di essere assassinato da un interventista, alla vigilia della prima guerra mondiale.

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