Tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti. Essi sono dotati di ragione e di coscienza e devono agire gli uni verso gli altri in spirito di fratellanza»: così recita il celeberrimo articolo 1 della Dichiarazione universale dei diritti umani approvata il 10 dicembre 1948 dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite. Significa che, effettivamente, da quel momento, tutti gli esseri umani sono liberi ed eguali in dignità e diritti e agiscono reciprocamente in spirito di fratellanza? Ovviamente no: nessuno sarebbe tanto sprovveduto da ritenere che, siccome una cosa è scritta in un testo normativo, allora quella cosa è, di per sé, fatto concreto nella realtà. Eppure, è esattamente quanto oggi pretenderebbe avvenisse la destra al Governo, che si fa scudo delle proclamazioni dell’unità della Repubblica, della garanzia del Presidente della Repubblica e dell’autonomia della magistratura (proclamazioni poi smentite dall’articolazione delle riforme) per rassicurare i cittadini contro i rischi di stravolgimento delle istituzioni costituzionali derivanti dal regionalismo differenziato, dal premierato e dalla riforma dell’ordinamento della magistratura.
Tutto è iniziato con il ministro Roberto Calderoli, promotore di una riforma istituzionale volta ad aumentare in misura mai vista l’autonomia delle regioni ordinarie, che, nel gennaio del 2023, giunse ad accusare di diffamazione, se non di calunnia, con annessa minaccia di querela, chi avesse continuato a denunciare i suoi propositi di spezzare l’Italia. Il fatto che la riforma non si proponesse di eliminare il richiamo all’unità e all’indivisibilità della Repubblica contenuto nell’articolo 5 della Costituzione, doveva, di per sé, essere ritenuto sufficiente a scongiurare il rischio della dissoluzione del Paese: una tesi risibile, a fronte dello spropositato ampliamento dei poteri regionali, non a caso platealmente smentita dalla Corte costituzionale con una sentenza dell’anno successivo, “demolitoria” (secondo l’espressione usata dalla medesima Corte) del disegno governativo.
Di seguito, è stata la volta del premierato, in particolare per quanto attiene al ruolo e ai poteri del Presidente della Repubblica. Campione della fuga dalla realtà, in questo caso, è stato il presidente del Senato Ignazio La Russa, a dire del quale la riforma costituzionale promossa dalla destra lascerebbe «al capo dello Stato quei compiti che vollero dargli i padri costituenti» (18 dicembre 2023). L’argomentazione, in tal caso, ruota intorno alla circostanza che il Presidente della Repubblica, oltre a mantenere i poteri di cui all’articolo 87 della Costituzione, continuerebbe a conferire l’incarico di formare il Governo al presidente del Consiglio e a disporre lo scioglimento anticipato delle Camere. Peccato, però, che l’incarico andrebbe conferito al presidente del Consiglio eletto direttamente dai cittadini e che lo scioglimento anticipato andrebbe disposto su richiesta di quest’ultimo: dunque, in entrambi i casi, senza che al Capo dello Stato sia data la possibilità di esercitare alcun ruolo decisionale proprio nelle due vicende che oggi costituiscono il “cuore” dei suoi poteri.
Infine, a venire in evidenza è l’intervento costituzionale sulla magistratura. In questo caso la palma del negazionista della realtà va (tra i numerosi candidati: il viceministro della Giustizia Francesco Paolo Sisto, il presidente del Comitato per il Sì Nicolò Zanon, e altri) all’avvocato Gian Domenico Caiazza, presidente dell’Unione delle Camere Penali, che il 5 gennaio scorso ha accusato sui social il Comitato per il No promosso dai magistrati di aver affisso manifesti “truffaldini” e “vergognosi” perché incentrati sulla denuncia del rischio che, con la riforma, i giudici dipenderanno dalla politica, mentre, invece, l’articolo 104 della Costituzione continuerebbe a recitare che «la magistratura costituisce un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere». Eppure, l’obiettivo di assoggettare la magistratura alla politica è stato apertamente affermato dal ministro Carlo Nordio («mi stupisce che una persona intelligente come Elly Schlein non capisca che questa riforma gioverebbe anche a loro, nel momento in cui andassero al governo», 3 novembre 2025), dal sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano («c’è un’invasione di campo [dei magistrati] che deve essere ricondotta», 4 novembre 2025) e persino dalla presidente del Consiglio Giorgia Meloni («la riforma costituzionale della giustizia e la riforma della Corte dei Conti […] rappresentano la risposta più adeguata a una intollerabile invadenza che non fermerà l’azione di governo», 29 ottobre 2025). È esattamente a questo che serve lo stravolgimento dell’attuale normativa costituzionale sul Consiglio Superiore della Magistratura, per quanto attiene sia alla suddivisione in tre dell’organo, sia al sorteggio dei soli componenti togati (mentre i componenti designati dalla politica continuerebbero a essere, di fatto, eletti): è evidente, infatti, che dividere in tre un potere lo indebolisce e che la componente eletta è destinata, data la sua compattezza, a dominare quella estratta a sorte.
Di riforma in riforma, insomma, la tecnica propagandistica della destra rimane sempre la stessa: farsi scudo dietro a una norma-manifesto, nel contempo svuotandola di contenuto tramite interventi sostanziali distruttivi. Esattamente quello che aveva fatto il fascismo con lo Statuto albertino: lasciarlo formalmente inalterato, mentre sostanzialmente lo erodeva dall’interno.



