All’alba del 2026, a un paio di mesi dal referendum sulla separazione delle carriere, abbiamo scoperto che uno storico, intellettuale e divulgatore tra i più apprezzati e popolari, farebbe meglio a non esprimere giudizi su tutto ciò che non è storia medievale. Da un paio di giorni, infatti, Alessandro Barbero è alle prese con un linciaggio mediatico e politico provocato dall’annuncio che voterà No al referendum di marzo: il ministro Carlo Nordio definisce “eccentriche” le sue posizioni, il Foglio gli dedica ben tre articoli, Il Giornale lo paragona a “un influencer”, Antonio Di Pietro lo accusa di “non aver letto la riforma”, l’ex parlamentare Pd Stefano Esposito (che non risulta essere un costituzionalista) sghignazza perché “Barbero è un maestro a raccontare il Medioevo, ma quando si avventura nei tecnicismi del diritto costituzionale sembra usare una lente leggermente appannata”. Nell’attesa che gli indignati realizzino che il referendum sarà a suffragio universale e (anche a loro beneficio) non riservato soltanto a giuristi, occorre però analizzare cosa aveva detto Barbero di così sconvolgente.
Status quo. Barbero parte da una premessa: “Il referendum non è sulla separazione delle carriere. La separazione di fatto c’è già. Già adesso il magistrato che prende servizio decide in quale dei due ruoli lavorare e può cambiare una sola volta. E pochissimi lo fanno”. Come noto, da anni la tendenza è quella descritta da Barbero, coi passaggi da una carriera all’altra stimabili intorno all’1 per cento.
Il Csm. Tolta dal tavolo l’argomentazione che il governo abbia fatto tanta fatica solo per consolidare lo status quo, Barbero afferma che “al centro della riforma c’è la distruzione del Csm così come era stato voluto dall’Assemblea Costituente”. Lo storico ricorda che “sotto il regime fascista era la politica che sorvegliava la magistratura e nel caso la sanzionava”. Ergo, “i Padri costituenti vedevano benissimo che la separazione dei poteri è una garanzia indispensabile di democrazia”. Oggi “nel Csm c’è la garanzia che la magistratura sia in contatto col potere politico, ascolti le ragioni del governo, ma sia libera nelle sue scelte”. Cronaca. Ma il Sì contesta a Barbero che la riforma salva l’articolo 104 della Costituzione quando definisce la magistratura come “un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere”. Certo: il problema è creare le condizioni affinché la Costituzione sia rispettata.
Il giudizio. E si arriva al perché la riforma peggiorerebbe questo sistema: “La riforma indebolisce il Csm. Intanto perché prevede che sia sdoppiato, uno per i giudici e l’altro per i pm, e che al di sopra ci sia un altro organo disciplinare”. E poi “la riforma prevede che in tutti questi organi i membri togati siano tirati a sorte. La giustificazione di questa misura pazzesca è che la magistratura è politicizzata, cosa considerata orribile, e che, quando vota, la magistratura elegge i rappresentanti delle sue diverse correnti”. Difficile capire cos’abbia fatto saltare sulla sedia i sostenitori del No, al netto di opinioni magari criticabili da chi la pensa diversamente, ma non etichettabili come fake news. Anche perché le decisioni dell’Alta Corte non si potranno appellare in Cassazione, come oggi accade per le condanne del Csm, ma sarà possibile soltanto rivolgersi un’altra volta all’Alta Corte per un secondo giudizio. Una garanzia in meno, rispetto alla terzietà della Cassazione.
La politica. L’obiezione successiva riguarda la politica: “A me sembra che tre organismi dove i membri togati sono tirati a sorte mentre il governo continua a scegliere quelli che nomina lui, saranno organismi dove il peso della componente politica sarà molto superiore, dove il governo potrà di nuovo, come in uno Stato autoritario, dare ordini ai magistrati e minacciarli di sanzioni”. Il Sì replica che anche i componenti laici saranno estratti a sorte. Vedremo i decreti attuativi, ma è probabile che il Parlamento stili un “listino” di nomi graditi da cui pescare. Dunque i togati saranno a sorte mentre i laici sapranno benissimo a chi rispondere.
Di fronte ai ragionamenti di Barbero, i fact checking del Sì gridano che la riforma non prevede che il governo controlli la magistratura. Va da sé che nessun governo desideroso di controllare la magistratura lo scriverebbe esplicitamente in una riforma, e che quello di Barbero fosse un ragionamento basato su causa ed effetto, vista la forza che avrà la politica (non il governo in maniera diretta, ma il Parlamento) nei nuovi organismi. E poi, con il nuovo impianto sarà più facile per la destra accrescere il proprio controllo sui pm, per esempio stabilendo in Parlamento le priorità dei reati da perseguire. Perciò nel dubbio meglio linciare: non sia mai che altri prendano esempio da Barbero e si rendano ottimi testimonial per il No.



