Di fronte a ogni situazione spartiacque, quando bisogna decidere da che parte stare, il Partito democratico, puntualmente, si spacca in due: e una parte sta con la destra. Non è questione di libertà di pensiero, ricchezza di sfumature, complessità culturale: no, è che in quel corpo politico convivono due anime, irriducibilmente opposte perché fornite di visioni opposte dei valori fondamentali, del mondo e del Paese.
Il referendum sulla riforma della magistratura, rectius sul controllo della magistratura da parte del potere esecutivo, non fa eccezione. In questi giorni, Fratelli d’Italia, il Foglio e l’Unione delle Camere Penali hanno lanciato una campagna sulle dichiarazioni di Marco Minniti, che ha detto che voterà ‘sì’ perché “la riforma aumenta la certezza della pena, e il Paese sarà più sicuro”: dove non colpisce tanto la caricaturale ossessione securitaria e manettara del padre del Memorandum con la Libia, quanto semmai l’assoluta inconferenza dell’argomentazione (tanto varrebbe sostenere che la riforma fa aumentare il latte alle vacche rosse). Alcune delle immagini di questa avvincente campagna mostrano Minniti sotto un grande simbolo del Pd, e lo definiscono “senatore del Partito democratico”. Ora, Minniti non rinnova da qualche anno nemmeno la tessera del partito (dettaglio che francamente era sfuggito anche a me), ma se una campagna come questa viene comunque messa in atto è perché, anche se non è più vero, è comunque verosimile che posizioni come le sue vi trovino ancora accoglienza.
E infatti esponenti Pd come Pina Picierno, Graziano Delrio, Stefano Ceccanti e altri ancora sono schierati entusiasticamente per il Sì. Dopo che ho fatto notare che sarebbe sano che costoro facessero la stessa scelta di Minniti, uscendo dal Pd, Picierno ha risposto passando alle offese gratuite (dall’alto della sua laurea in ‘Marketing e comunicazione’ sulla lingua di Craxi e De Mita, mi ha attribuito una “cattedra in fuffologia”…), secondo questa singolare prassi italiana per cui gli eletti, protetti dall’usbergo dell’immunità parlamentare, insultano personalmente gli elettori che criticano le loro posizioni politiche. Ma la questione è grave, anche se non seria. L’obiettivo reale di questa ‘riforma’ non è la separazione delle carriere (già realizzata), quanto la distruzione dell’autogoverno della magistratura come era disegnato dalla Costituzione del 1948. L’introduzione nei futuri Csm del sorteggio aperto della componente togata (un’idea che appare per la prima volta nel 1970 in una proposta di legge del Msi di Giorgio Almirante) a petto di una componente laica sorteggiata, sì, ma sulla base di una lista votata dal Parlamento ha l’unico scopo di sottomettere visibilmente i magistrati ai politici, ricordando a tutti chi comanda. Un movente tutto squisitamente politico, espresso del resto senza veli dalla stessa Giorgia Meloni: “La riforma costituzionale della giustizia e la riforma della Corte dei Conti rappresentano la risposta più adeguata a una intollerabile invadenza, che non fermerà l’azione di governo sostenuta dal Parlamento”.
Quale sia il passo successivo lo si evince pacificamente da alcune riforme costituzionali e ordinarie “in sonno” in Parlamento per abolire di diritto o di fatto l’obbligatorietà dell’azione penale, affidando al governo la decisione dei reati che i pubblici ministeri dovrebbero prioritariamente perseguire (e trascurare). Il fine è evidente: fare saltare la divisione dei poteri e le “forme e i limiti” (art. 1 Cost.) nei quali si esercita la sovranità popolare. Meloni ha scritto che il suo “movimento di patrioti serve a interpretare autenticamente lo spirito della nazione”: e di fronte allo spirito della nazione quale magistrato oserà essere ‘invadente’? Se poi passasse anche il premierato, lo spirito della nazione non dovrebbe sopportare più nemmeno l’invadenza del Presidente della Repubblica, della Corte costituzionale e degli altri organi di garanzia.
Con ogni evidenza, non si tratta di dettagli: si tratta della sopravvivenza delle libertà costituzionali, dell’eguaglianza stessa dei cittadini di fronte alla legge. Se anche di fronte a questa enormità una parte del Pd si schiera con Fratelli d’Italia e contro la Costituzione, come è possibile che non si arrivi a una separazione definitiva? Come è possibile, per Elly Schlein, chiedere voti che andranno a eleggere anche quinte colonne dell’estrema destra, sostenitori del genocidio di Gaza, pasdaran del riarmo nazionale europeo, corifei della guerra, propugnatori di leggi liberticide che strumentalizzano la lotta all’antisemitismo per stroncare la libertà della scuola e dell’università? In queste ore Pina Picierno chiede a gran voce che Elly Schlein pronunci “parole di chiarezza”: è davvero l’unica cosa sulla quale sono d’accordo con lei.



