Il sogno della Meloni, una giustizia modello Trump

di Domenico Gallo - 21/01/2026
Terremoto nella magistratura statunitense: si dimettono i pm del caso Renee Good per interferenze politiche

Negli Stati Uniti è appena esploso un caso che sta mettendo a dura prova la tenuta delle istituzioni democratiche.

Almeno sei procuratori federali dell'ufficio del Minnesota si sono dimessi perché impediti dal Dipartimento di Giustizia di indagare sull'agente dell'ICE, Jonathan Ross, che ha sparato e ucciso la poetessa Renee Good.

 Come se non bastasse, avrebbero subito pressioni per avviare invece un'indagine penale contro la vedova della vittima, Becca Good, cercando presunti legami con gruppi di attivisti.

 La protesta non si limita al Minnesota. Anche quattro leader della Divisione Diritti Civili del Dipartimento di Giustizia a Washington si sono dimessi. La decisione sarebbe maturata dopo che Harmeet Dhillon, l'Assistente Procuratore Generale per i diritti civili (vicina all'amministrazione Trump), ha bloccato ogni tentativo dei pm di indagare sull'uso della forza letale da parte dell'agente federale.

 I procuratori dimissionari hanno inoltre espresso frustrazione per il rifiuto dell'FBI di permettere agli investigatori statali di partecipare all'inchiesta, limitando di fatto la trasparenza sulle dinamiche dell'uccisione.

 In Italia i magistrati sono indipendenti. Negli USA, invece, i procuratori federali dipendono dal Dipartimento di Giustizia (il Ministero). 

Perciò, invece di indagare sull'omicidio, il Ministero ha ordinato di mettere sotto inchiesta la vedova della vittima, mossa vista da molti come un tentativo di intimidazione politica.

Figure storiche della giustizia americana, come Joseph Thompson (nella seconda foto, al centro), hanno lasciato l'incarico dichiarando, di fatto, che non è più possibile lavorare senza subire interferenze politiche dalla Casa Bianca.

 A differenza dell'Italia, i vertici del Dipartimento di Giustizia sono nominati dal Presidente. Lo scontro attuale è tra i "politici" (fedeli al Presidente) e i "funzionari di carriera" (i magistrati che lavorano lì da decenni indipendentemente da chi governa).

 Questa vicenda mostra quanto sia fragile l'equilibrio tra sicurezza nazionale e diritti civili. Quando i magistrati arrivano a dimettersi in massa, significa che il sistema di "pesi e contrappesi" che regge la democrazia americana, in realtà, come direbbe Rino Gaetano "non si regge più".

I procuratori non se ne sono andati per un semplice disaccordo, ma per denunciare che la giustizia americana viene usata come un'arma politica per proteggere gli agenti federali e colpire i dissidenti.

 L'esempio americano ci insegna che quando il Pubblico Ministero (pm) non è protetto da una solida indipendenza organica, il rischio che diventi un "braccio armato" dell'esecutivo  (o che venga neutralizzato dal potere politico) diventa realtà.

In Italia, il pm è oggi un magistrato che ragiona come un giudice (cerca la verità, non solo la condanna).

 Se il pm viene isolato dal corpo dei giudici e reso più vicino alla gerarchia ministeriale (come accade negli Stati Uniti), il potere politico può più facilmente bloccare le inchieste sgradite (come il caso Good) o forzare inchieste contro gli oppositori.

 ​Il monito vale anche per noi. Mentre ci avviamo verso riforme che ridisegneranno il volto della nostra giustizia, dobbiamo chiederci: vogliamo magistrati che rispondano alla Costituzione o funzionari che attendano il via libera dalla politica prima di indagare?

Questo articolo parla di:

archiviato sotto: