Fine dell’ipocrisia. Lo dice Netanyahu, iniziando la riunione del suo gabinetto con la quale il suo governo rigetta il piano del Board of Peace e rimanda tutto a quelle che sembrano le più ipocrite elezioni israeliane.
Lo dicono i fatti sul terreno che dal 7 ottobre 2023 hanno subito una irrefrenabile accelerazione. Lo dice il genocidio che lo stato di Israele continua a commettere su Gaza senza essere fermato, e in Cisgiordania per ora sotto la forma di Nakba, ossia di pulizia etnica con conseguente annessione. Basta, dunque, anche con l’ipocrisia dell’Unione europea, degli Stati uniti, del Board of Peace: non esistono i due Stati, né possono essere realizzati. Sono la foglia di fico usata dalla diplomazia occidentale per non prendere una decisione, e nascondere la sua complicità assoluta con Israele.
Netanyahu ribadisce per l’ennesima volta quello che fa e dice da trent’anni esatti. «Finché sarò primo ministro – dice -, non sarà istituito nessuno stato palestinese, né a Gaza né in Giudea e Samaria (e cioè la Cisgiordania occupata da Israele e unilateralmente rinominata da Tel Aviv)». E conclude, sottolineando quanto il nodo della questione non sia Hamas: «Nessun Fatahstan, nessun Hamastan».

Fine dell’ipocrisia. E non solo da parte di Netanyahu. Perché il premier israeliano dice ancora una volta quello che l’intero stato d’Israele fa e dice. In quest’ordine preciso, fa e poi dice. Non ci sarà nessuno stato palestinese in un territorio che Israele rifiuta di disoccupare, dopo 59 anni di occupazione militare continuata. Senza alcuna interruzione, nella completa impunità. Vale la pena ricordare che a occupare Gerusalemme est, Cisgiordania e Gaza nel 1967 fu uno stato a guida laburista? Vale la pena ricordare che nessun partito dell’opposizione ha posto alla coalizione di governo al potere in Israele un ostacolo fondamentale al genocidio in corso, all’occupazione, alla pulizia etnica? E che la Knesset nel luglio 2024 ha votato a maggioranza assoluta contro il riconoscimento dello stato di Palestina?
Basta. Il tempo dell’impunità di Israele deve finire. Questo è un tempo ormai brevissimo, dopo tre anni di sterminio quotidiano dei palestinesi. È un tempo in cui Israele fa e dice quello che voleva fare e dire tre anni fa: espellere la popolazione palestinese, ora ridotta a Gaza alla mera sopravvivenza. E per fermarlo è la comunità internazionale (tutta) che deve mettere Israele di fronte a un bivio. O continuare nell’impunità, oppure rispettare il diritto internazionale, unico ostacolo alle continue, pervicaci violazioni di tutti i più elementari fondamenti della convivenza e del rispetto dei diritti che Israele commette quotidianamente.
Israele sceglierà di continuare nell’impunità, questo è ormai chiaro da tempo. Non ha mai smesso di bombardare, trucidare, affamare, assetare. Neanche oggi. Non ha mai smesso di usare l’arma riproduttiva: cioè di ammazzare bambine e bambini, in una strage degli innocenti della cui colpa non ci possiamo emendare dando agli oltre 20mila minori uccisi un postumo Nobel per la Pace.
E allora? Che fare? Mettere Israele di fronte al bivio significa imporre che Israele si fermi, in questa deriva che sta già conducendo il mondo a una guerra globale, non solo dal punto di vista dei territori coinvolti, ma anche dal punto di vista delle implicazioni a livelli sovrapposti (economico, giuridico, politico, sociale, ecologico, etico). In sintesi, Israele non può essere più considerato all’interno del consesso internazionale, e da tempo. Altro che «unica democrazia del Medio Oriente», definizione che ha dentro tutte le nostre colpe, razzismo e colonialismo inclusi.
Israele non può far parte di una comunità internazionale che è lo stesso Stato a non riconoscere perché non riconosce al sistema Onu le regole da rispettare e i limiti che impone. Non ha ottemperato ai dispositivi della Corte Internazionale di Giustizia, che per l’ennesima volta gli impongono di andarsene dal Territorio palestinese occupato.
Ha continuato a violare il diritto internazionale in ogni modo possibile, perfino rompendo un patto fondativo che è quello di non commettere – come invece fa – il crimine dei crimini, il genocidio. Ha osato distruggere la sede a Gerusalemme occupata dell’agenzia dell’Onu che protegge i palestinesi, l’Unrwa, alla presenza di un ministro del governo israeliano. Si è macchiato del crimine di tortura contro i palestinesi, soprattutto quelli prigionieri, e lo ha fatto apertamente, in modo arrogante.
È ora di imporre sanzioni da parte dell’Unione europea. Di boicottare ogni collaborazione e cooperazione con Israele. È ora di chiedere la sospensione del seggio di Israele nell’Assemblea generale dell’Onu, usando quello strumento che a metà degli anni Settanta fu utilizzato per rendere impossibile al Sudafrica di continuare nell’apartheid, crimine internazionale.
Basta con l’ipocrisia. Basta con il genocidio sostenuto dai nostri governi.
*L’ultimo giorno di Gaza
Paola Caridi,
Claudia Durastanti,
Micaela Frulli,
Tomaso Montanari,
Francesco Pallante,
Evelina Santangelo


