Prerogative o privilegio? Sul caso Delmastro si esprima la Corte

di Gaetano Azzariti - ilmanifesto.it - 12/08/2026
Le chat blindate - Sul caso Delmastro è auspicabile che intervenga la Corte costituzionale per dire l’ultima parola. E non si tratta solo di stabilire se il parlamento ha correttamente usato dei suoi poteri

Sul caso Delmastro è auspicabile che intervenga la Corte costituzionale per dire l’ultima parola. Non si tratta solo di stabilire se il parlamento ha correttamente usato dei suoi poteri negando l’autorizzazione all’acquisizione delle chat richiesta dall’autorità giudiziaria.

Si tratta anche – e più in generale – di definire il giusto bilanciamento tra prerogative dei parlamentari e il rispetto della grande regola dello stato di diritto, non solo del potere d’indagine dei magistrati inquirenti, ma anche del diritto di difesa degli indagati.

La motivazione posta a base della decisione di negare l’autorizzazione a me sembra assai debole, espressione di una concezione «assolutistica» del potere. Si sostiene che la procura di Roma non avrebbe sufficientemente delimitato la richiesta di sequestro della messagistica dell’onorevole Delmastro. Alcuni ne deducono che in tal modo si rischia di esporre l’intera attività privata del parlamentare ad indagine e alla possibilità che essa sia resa pubblica, violando per ciò solo la sua funzione.

L’errore di fondo è nella stessa rappresentazione fornita. Le Camere, infatti, non hanno il potere di sindacare nel merito la richiesta, non si sostituiscono ai giudici. Devono solo accertare la sussistenza o meno di un intento persecutorio nei confronti del parlamentare (il cosiddetto fumus persecutionis).

Quale sia il rilievo processuale che ne verrà tratto non solo non spetta al parlamento verificare, ma sarebbe anche una valutazione impossibile da fornire a priori: sarà la lettura dei messaggi a definire il valore nell’ambito del processo. Del tutto infondata appare poi l’affermazione – pur autorevolmente espressa – secondo la quale il sequestro di un cellulare sarebbe impossibile da autorizzare poiché metterebbe di per se a rischio la privacy del parlamentare e dunque le sue prerogative. Nel caso che ci riguarda l’oggetto della richiesta è riferita ai messaggi whatsapp scambiati tra un indagato, il signor Caroccia, e l’onorevole Delmastro, che indagato non è. Di sequestri di cellulari non si parla proprio, di scambi di messaggistica (mail o altro) diverse da quelli indicati non si potrebbe neppure immaginare l’acquisizione.

Ora la pretesa che la richiesta della procura debba essere «meno generica» con delimitazione di tempi e oggetto dei messaggi è ben strana. Qui si tratta di accertare i rapporti tra due soggetti, l’indagato e il parlamentare, in un caso che nulla ha a che fare con l’attività politica del secondo, e con lo scopo processuale di chiarire i rapporti intercorsi dal primo con un clan mafioso, che sono alla base dell’indagine della procura.

L’intento persecutorio della procura nei confronti del parlamentare può essere escluso anche considerando la dinamica e i comportamenti sin qui tenuti. A differenza che in casi precedenti (quello del 2023, che ha coinvolto il senatore Renzi) la magistratura inquirente non ha acquisito gli atti e il parlamento ha poi sollevato il conflitto, ma è avvenuto esattamente il contrario.

Ben consapevole che per poter leggere le comunicazioni fosse necessaria l’autorizzazione (lo ha stabilito in una giusta e condivisa decisione la Corte costituzionale, proprio nel caso richiamato che ha convolto Renzi), la procura non ha voluto neppure acquisire un documento di parte presentato dai difensori dell’indagato. Nel massimo della correttezza istituzionale ha inviato la documentazione al senato in attesa della decisione sull’autorizzazione. In realtà, non penso ci fosse neppure bisogno di un tale atto, poiché non spetta al parlamento valutare il contenuto dei messaggi. Vi erano già tutti gli elementi per autorizzare i giudici ad acquisire i documenti richiesti, una volta esclusi – si ripete – l’intento persecutorio, nonché la stessa portata parlamentare della indagine, che riguardano fatti di mafia legati al clan Senese, che con la funzione di parlamentare nulla hanno a che fare. Certo è paradossale che coloro che ritengono generica la richiesta poi si rifiutino di valutarne il contenuto.

Se dunque le prerogative parlamentari non sono in discussione, quelle che rimangono ingiustamente sacrificate sono le ragioni della giurisdizione. In questo caso, in particolare, il diritto alla difesa garantito dall’articolo 24 della nostra Costituzione.

Sono gli avvocati di Caroccia, infatti, che richiedono l’acquisizione delle chat per sostenere la difesa del proprio cliente. Persino il parlamentare coinvolto dichiara di auspicare il deposito delle trascrizioni al fine di chiarire la sua personale posizione in una vicenda che lo vede comunque coinvolto. Il parlamento decide in modo diverso, al fine della tutela di un interesse ritenuto superiore. Un’immunità parlamentare che possa valere «a prescindere».

A questo punto c’è bisogno di una chiarificazione per stabilire un giusto equilibrio tra prerogative parlamentari (che nessuno vuole eliminare) e garanzie del «giusto processo» (che dovrebbero essere tenute in particolar conto dalla cultura garantista di questo paese). Solo la Corte costituzionale ha la competenza per poter definire i principi che possano valere in questo caso come in tutti i casi futuri. È da auspicare che la procura sollevi un conflitto tra poteri.

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