“Disarmare l’Intelligenza Artificiale”: questo il cuore della enciclica di Leone XIV. Non poteva esserci messaggio più efficace e più attuale di questo in un tempo in cui i poteri mondiali si stanno trasformando e gerarchizzando: da quello finanziario a quello tecnologico, da quello tecnologico a quello militare. La loro democratizzazione e la loro umanizzazione è la sfida più difficile e urgente se non vogliamo che si precipiti velocemente nel baratro bellicista di una terza guerra mondiale che diventa guerra globale. È questo che papa Prevost coglie con lucidità e denuncia: la nuova tecnologia va sottratta alla logica della competizione permanente, l’Intelligenza Artificiale non deve sostituire e dominare l’umano, non si trasformi in uno strumento di dominio. Altri lo avevano già detto ma con minore efficacia in un clima culturale diffuso che torna ad essere affascinato dalla potenza tecnologica, ad ammirare l’uso della forza militare, a considerare la guerra un fatto naturale e inevitabile. Mi riferisco al premio Nobel per la fisica Giorgio Parisi che non solo ha approfondito la questione nel suo libro “Le simmetrie nascoste. Perché la fisica è alla radice dell’Intelligenza Artificiale di oggi e di domani” ma ha proposto che questo potentissimo strumento venga regolamentato a livello europeo con il contributo non solo della politica ma della stessa scienza e degli attori sociali per governarlo e non esserne governati. La connessione poi tra Intelligenza Artificiale e salto tecnologico nei nuovi armamenti è dimostrata dall’uso che ne ha già fatto a Gaza l’esercito israeliano con la consulenza di Palantir e dalla nuova tipologia di guerra che con i droni si è sviluppata nei cieli sporchi dell’Ucraina (“Il cielo sporco. Come la guerra dei droni e dell’intelligenza artificiale cambierà il mondo” di Gianluca Di Feo, Guanda, 2025).
Oggi sono le Grandi Potenze a poter disporre dell’Intelligenza Artificiale a proprio piacimento e questo apre un nuovo fronte delicatissimo ma fondamentale per chi crede che la pace sia sempre possibile, che dipenda dalla volontà umana volerla preservare e, se in crisi, poterla ricostruire. Non può essere che questa convinzione appartenga oggi solo ai Vertici della Chiesa cattolica e non sia condivisa pienamente dalla Sinistra in Italia e nel mondo. Dobbiamo ribadire con forza che la pace non è un’etica astratta rispetto alla realtà, ma un’etica politica che può realizzarsi e istituzionalizzarsi dentro la storia umana, non un dover essere ma un poter essere. Di più: la pace è un diritto umano di ciascuno e di tutti in quanto fratelli che precede lo stesso riconoscimento da parte degli Stati.
Dispiace che in pieno XXI secolo una parte del mondo cattolico in Italia sia più arretrata rispetto agli insegnamenti dei propri pontefici e sia ancora ferma a considerare la pace come un valore importante, desiderabile ma relativo perché deve poi fare i conti con la realtà e con i rapporti di forza internazionali, dunque con l’esigenza del riarmo sia nazionale che europeo. Dispiace che alcuni eletti in Parlamento che si definiscono cattolici, credendo che la laicità consista nell’appendere l’etica al soffitto dei buoni sentimenti, si pronuncino a favore della Deterrenza Nucleare Estesa propugnata dal Pentagono e sostenuta dalla Nato, mentre gli ultimi pontefici e la stessa Conferenza Episcopale Italiana la escludano non soltanto moralmente ma politicamente.
In questo contesto non deve sfuggire quanto sia blasfemo, quanto sia pagano il “Dio, Patria, Famiglia”, invocato oggi da tanta destra nazionalista in Italia e non solo, se è vero che Donald Trump, rieletto per la seconda volta alla presidenza degli Stati Uniti, istituisce un Ufficio per la fede alla Casa Bianca gestito da una pastora evangelica fondamentalista, ripetutamente invoca una investitura religiosa al suo mandato, nazionalizza Dio e lo utilizza per giustificare il suprematismo bianco, il suo razzismo e le sue guerre.
La nazionalizzazione del pensiero religioso e la teologizzazione della nazione hanno conseguenze gravi sulla tolleranza religiosa e sulla convivenza umana. Scrive Ulrich Beck “La fusione di religione e nazione abolisce entrambi i principi di tolleranza: il principio della tolleranza etnico-nazionale e quello della tolleranza inter-religiosa. Chi importa l’aut aut nazionale nel cristianesimo abolisce di fatto l’universalismo cristiano, che non conosce distinzioni tra nazioni e razze, e il cui nocciolo è la sovranità religiosa del singolo individuo, il quale viene in tal modo liberato da tutti i suoi vincoli. Il rimedio contro la demonizzazione dell’alterità nazionale e l’intolleranza nazionale è l’idea di Gesù Cristo, che coincide con l’abbattimento delle barriere etnico-nazionali. “
Il katechon tecnologico di Peter Thiel
In questa deriva reazionaria e revanscista delle destre in Occidente non poteva mancare il delirio miliardario e transumanista dei tecnocrati della Silicon Valley che negli Stati Uniti propongono la sostituzione della democrazia, in particolare della democrazia rappresentativa, con le nuove tecnologie collegate all’Intelligenza Artificiale, la sostituzione della forza al posto del Diritto e un’idea di libertà su misura dei super-uomini e del loro enorme potere finanziario, alla faccia delle disuguaglianze crescenti, calpestando l’universalità dei diritti umani in nome di una teologia politica che distingue bene e male, amici e nemici in modo arbitrario, totalmente dipendente da convenienze geoeconomiche o addirittura da inclinazioni e desideri del proprio Ego smisurato.
E’ il caso di Peter Thiel, ricchissimo tecnocrate proprietario di Palantir, 350 miliardi di dollari di capitalizzazione in Borsa nel 2026, la più importante società finanziata dal Pentagono in materia di sorveglianza, sicurezza e intelligence militare, sostenitore delle posizioni liberiste più estreme che si propongono si sostituire la logica della grande azienda allo Stato a favore di una forma pura di capitalismo, che accusano l’illuminismo di una “ritirata strategica” dai valori dell’Occidente, rilanciano l’ambizione di una egemonia degli Stati Uniti sul mondo attraverso la superiorità tecnologica militare, tecnologica spaziale, anche attraverso l’uso della forza per arginare il male e sconfiggere i nemici cresciuti per colpa di democrazie aperte, della tolleranza di società aperte, della stessa globalizzazione che ha fatto crescere nuovi attori e nuove potenze concorrenti sulla scena mondiale, Cina e BRICS.
Qui interessa il tentativo di Peter Thiel, padrino politico del vicepresidente JD Vance cattolico neoconvertito, di trovare un fondamento teologico alle proprie convinzioni filosofiche e politiche sulla inevitabilità della violenza nella storia umana e sulla necessità di porre un argine al male che rischia di travolgere la vita dei credenti in cammino verso il Regno, verso la Rivelazione finale, il ritorno di Cristo. Lo trova nel katechon della Seconda lettera ai tessalonicesi, tema al quale Giorgio Agamben ha dedicato molte riflessioni ben più acute sulla compresenza del “già” e del “non ancora” in ogni esistenza umana caratterizzata dal tempo della fine e non dall’attesa della fine dei tempi. Come del resto Massimo Cacciari, ben prima di Thiel e senza la fanatica strumentalità di Thiel, ha dedicato già anni fa al katechon un bel libro “Il potere che frena” (Adelphi 2013).
Cosa sia o chi sia questa forza che da un lato prolunga il tempo dell’attesa del ritorno di Cristo, dall’altro fa da argine alla straripante potenza del male rappresentata dall’Anticristo che avrà comunque un successo temporaneo nella storia della salvezza prima di essere definitivamente sconfitto, San Paolo nella lettera ai tessalonicesi non lo scrive chiaramente come se lo desse per scontato e rinviandolo alle approfondite discussioni avute in quella comunità.
Questo ha aperto la strada alle interpretazioni più diverse, sia a quelle che si sono fermate di fronte al mysterion dell’apocalittica cristiana, sia a quelle che hanno pensato di riuscire a interpretare nel pensiero paolino la natura delle figure che si scontrano nella fase “penultima” della storia, sia infine a quelle che hanno liberamente interpretato il katechon come mito da piegare ad un uso della loro teologia politica per lanciare l’allerta contro i gravi pericoli che minacciano l’Occidente cristiano e individuare i nemici da abbattere come espressione del male.
Il tecnocrate Peter Thiel si pone sulla scia di una interpretazione totalmente arbitraria del katechon per smontarne i pezzi che gli servono e rimontarli ad uso e consumo di una narrazione transumanistica totalmente strumentale dove Gesù Cristo è solo un pretesto per tentare di appropriarsi di una tradizione religiosa comunque prestigiosa da utilizzare per legittimare un nuovo tipo di dominio tecnocratico e nuove crociate: la forza che resiste deve essere secondo lui il potere che si batte contro il pluralismo politico, etico e culturale, contro l’illuminismo europeo e il costituzionalismo che anima le democrazie e pretende di garantire diritti per tutti, contro i nemici degli Stati Uniti individuati soprattutto nell’Islam e nella Cina.
Il Manifesto tecnologico di Palantir
Va in questa direzione il Manifesto per la Repubblica Tecnologica pubblicato nell’aprile 2026 da Palantir, un testo in 22 punti che risulta essere una sintesi di un libro scritto l’anno precedente da Alexander Karp, cofondatore e CEO di Palantir e da Nicholas Zamiska, suo stretto collaboratore, dal titolo “La Repubblica tecnologica: come l’alleanza con la Silicon Valley plasmerà il futuro dell’Occidente”. Libro che il New Yorker ha definito “la guida di Palantir alla salvezza dell’anima americana”, che non tifa Trump diversamente da Peter Thiel, ma ugualmente sostiene con un linguaggio filosofico e meno sfacciatamente pseudoreligioso il riarmo tecnologico, il rilancio della potenza e dell’eccezionalismo del ruolo mondiale degli Stati Uniti, l’utilizzo dell’Intelligenza Artificiale come nuova leva della deterrenza.
Ecco un riassunto dei punti principali: “L’élite ingegneristica della Silicon Valley ha l’obbligo positivo di partecipare alla difesa della nazione. Il soft power non basta, occorre l’hard power. È inevitabile costruire armi basate sull’intelligenza artificiale. Per questo è importante decidere chi le costruirà e a quale scopo. L’esercito del futuro non può essere composto da soli volontari. Il servizio militare dovrebbe essere un dovere universale e il rischio e il costo delle prossime guerre deve essere condiviso da tutti i cittadini. L’era atomica sta volgendo al termine e la deterrenza nucleare sta per essere sostituita da una nuova era di deterrenza basata sull’intelligenza artificiale. Il potere americano ha reso possibile una pace straordinariamente lunga almeno tra grandi potenze. Solo il rafforzamento di questo potere impedisce il caos. L’Europa ha bisogno di una Germania più forte; l’Asia ha bisogno di un Giappone più forte per non alterare gli equilibri tutti a favore della Cina. Per questo la neutralizzazione militare postbellica di Germania e Giappone deve essere annullata. Non tutte le culture sono positive: alcune hanno prodotto progressi fondamentali, altre rimangono disfunzionali, regressive e dannose. Bisogna opporsi alla intolleranza verso il credo religioso come sostenuto da progetti politici laici ammantati di progressismo e falsamente aperti. Il pluralismo spesso vuoto e privo di significato non deve impedirci di abbracciare e rilanciare le culture nazionali ricorrendo al pretesto della inclusività.”
Come definire il Manifesto di Palantir? I nuovi guru della Silicon Valley sanno sicuramente usare un linguaggio più che moderno, il volto tecnologico del futuro è una maschera ben congegnata, emana fascino. Quella del Manifesto per una Repubblica Tecnologica può apparire una narrazione accattivante, ma il contenuto è reazionario: giustifica la violenza guidata dalla Intelligenza Artificiale, torna a legittimare il ricorso alla deterrenza nucleare e tecnologica e ritiene utile il terrore che può incutere per tenere sotto controllo il caos, sostiene la “naturalità” della guerra e, dunque, la inevitabilità che qualcuno la usi.
In questo quadro si può capire ancora meglio quanto sia coraggiosa e tempestiva la prese di posizione del papa statunitense nella sua prima enciclica “Magnifica Humanitas”. La Sinistra non può che condividere l’invito “a forme di cooperazione e di istituzioni internazionali più efficaci, capaci di custodire il bene comune globale senza annullare la legittima pluralità dei popoli e degli Stati. Infatti la promozione del bene comune non può mai essere separata dal rispetto del diritto dei popoli ad esistere, a custodire la propria identità e a contribuire con la propria originalità alla famiglia delle nazioni. Qualsiasi tentativo o progetto di eliminare o sottomettere una nazione è gravemente immorale e pertanto inaccettabile. (paragrafo 64). E ancora: “Non possiamo limitarci a invocare la moralizzazione della macchina, il cosiddetto “allineamento” dell’IA a valori umani, senza avere il coraggio di porre una ulteriore condizione: la possibilità di discutere il codice etico da usare, sottoponendolo a criteri di giustizia sociale condivisa. Altrimenti, chi contro
lla l’IA imporrà la propria visione morale, che diventerà l’infrastruttura invisibile dei sistemi. Non serve un’IA più morale, se questa morale è decisa da pochi. Serve una politica più presente, capace di rallentare dove tutto accelera e di proteggere gli spazi in cui le comunità possano ancora partecipare e interrogarsi. (paragrafo 107)”.
Chi come me ritiene laicamente che la pace sia un principio sistemico, non solo un valore, ma un principio costitutivo, costituzionale, costituente di un sistema pace alternativo al sistema guerra, non può non adottare convintamente l’indicazione di disarmare democraticamente l’AI e di inserirla come priorità qualificante nella propria Piattaforma politica alternativa a tutte le destre e a tutte le tecnocrazie malate di militarismo e di guerra.

