Ci risiamo: dopo mesi di conciliabili segreti, la coalizione di destra sembra aver trovato l’accordo su un’ipotesi di riforma elettorale, anche se non appare ben chiaro come pensano di risolvere alcune questioni spinose, che presentano il rischio di un alto profilo di incostituzionalità: tenteranno un blitz? Mai come in questi giorni, dopo aver incassato la botta del referendum, è apparsa chiara la mossa disperata che stanno cercando di fare; ma stavolta il gioco è persino troppo evidente. È come se la destra si fosse bruscamente risvegliata da convinzione in cui è sembrata cullarsi, ossia che la propria egemonia fosse oramai un dato destinato a consolidarsi. La classica yubris dei vincitori, che scoprono dolorosamente come i reali rapporti di forza, nel paese, siano tutt’altro che stabilizzati. E allora, ci riprovano ancora a forzare le regole del gioco, nonostante la sberla appena subita.
E tuttavia, è bene evitare che, a sinistra, si creino pericolose illusioni: e l’errore più grave sarebbe quello di derubricare come una mera questione “tecnica” la scelta di un sistema elettorale, ignorandone le rilevanti implicazioni politiche e istituzionali. Non è vero che un sistema vale quanto un altro. Con il simil-Porcellum, che stanno tentando di imporre, si trasforma l’Italia in un unico mega collegio elettorale, in cui chi arriva primo, anche solo di alcune decimali, “prende tutto”, fino al 55 % dei seggi e anche oltre. I dati delle ultime elezioni e quelli dei sondaggi mostrano una sostanziale parità tra i due schieramenti: con l’attuale sistema elettorale la partita nei collegi e nelle circoscrizioni sarebbe del tutto aperta; invece, con il sistema a “premio” a cui la destra sta ora pensando, anche un piccolo scarto potrebbe tradursi in una larga maggioranza parlamentare. Le gravissime distorsioni di questo modello sono evidenti. E bisogna però guardarsi anche a sinistra dalla tentazione di rivolgere a proprio vantaggio questa distorsione, magari pensando così di allontanare il fantasma di possibili governi tecnici, o l’angoscia del “pareggio”, ora che la vittoria sembra a portata di mano.
Detto questo, se è evidente il disegno strategico della destra, cosa possono fare le opposizioni, oltre a denunciarne le finalità truffaldine? C’è un rischio e un fattore di debolezza: al momento le opposizioni non sono in grado di offrire una proposta alternativa a quella del governo. In assenza di questo, che si fa? Si aspettano solo le mosse del governo? Si accetta il terreno scivoloso di una contrattazione sulle soglie del premio?
E reggerebbe una pratica ostruzionistica, o anche solo dilatoria (ammesso che in Parlamento, oramai, la si riesca a fare), solo per difendere l’immutabilità di questa legge? Sarebbe molto più saggio e darebbe invece più forza un discorso che suonasse pressappoco così: «Sì, è vero. Il Rosatellum è un pessimo sistema, ma questo non è un buon motivo per approvarne uno ancora peggiore! e quindi, se di sistema elettorale si deve parlare, pensiamo finalmente ad una riforma seria, che possa contribuire davvero a migliorare la qualità della nostra democrazia. E dunque proponiamo che ….». Già, ma cosa proporrebbero a questo punto le opposizioni? Qui si entra in una zona di elevata turbolenza: non è affatto chiaro cosa propone, in particolare, il Pd. È in grado di dire, questo partito: «Siamo per un sistema proporzionale vero, di tipo tedesco»?
L’anno scorso, durante la prima fase della discussione parlamentare sulla riforma del premierato, le opposizioni hanno presentato vari emendamenti che nel complesso si ispiravano al modello del cancellierato tedesco: e fin qui va tutto bene. Peccato, però, che siano stati bloccati e rimessi nel cassetto anche alcuni emendamenti sul sistema elettorale che, del tutto in coerenza con la forma di governo che si sostiene, erano orientati a proporre un modello proporzionale, con soglia di accesso. Ed è presumibile che il veto sia giunto da quell’area del partito che potremmo definire composta dai “nostalgici della cultura del maggioritario”, a cui molto è legata la genesi stessa del Pd.
Insomma, si rischia di pagare, anche sulla posizione da tenere in materia di sistemi elettorali, un costo elevato: si svicola di fronte alle questioni più spinose e si evita di “scoprirsi”, per non far emergere le divisioni, ma ottenendo un risultato peggiore: le divisioni vengono fuori lo stesso, ma con l’aggravante che manca una posizione ufficiale del partito, da assumere con chiarezza di fronte all’opinione pubblica e alle altre forze politiche.
Nel caso dei sistemi elettorali, poi, questa reticenza è ancora più grave, perché rivela un’incertezza di fondo, sul modello stesso di democrazia parlamentare che si ritiene di dover adottare, quale idea di rappresentanza politica, quale ruolo dei partiti. Alla fine, si evitano e si rimandano le discussioni cosiddette “laceranti” sui grandi principi, ma la realtà poi si prende la sua rivincita: ed anche una singola questione, quale può essere il sistema elettorale da sostenere, mette a nudo, per le sue implicazioni, l’assenza o la debolezza di un’autentica bussola politico-culturale.

