Legge elettorale tra bugie e inganni, è l’ultimo scippo ai diritti del cittadino

di Kaspar Hauser - ilmanifesto.it - 12/04/2026
Il primo problema da affrontare, dati alla mano, dovrebbe essere quello di recuperare partecipazione e rappresentanza. Invece si tenta l’operazione opposta

Il susseguirsi di riforme elettorali, dal 2005 ad oggi, ha tolto al cittadino un sempre maggior numero di diritti, a partire da quello di scegliere i parlamentari che lo debbono rappresentare. La proposta del centrodestra compie l’ultimo passo: ignora del tutto la volontà degli elettori, stabilendo che vi sia un risultato a prescindere dai loro voti. Questa torsione avviene partendo da una narrazione affascinante, adottata come pacifica perfino da alcuni costituzionalisti: la legge elettorale deve dare un risultato certo la sera del voto; deve consentire di governare – magari con un premio – a chi ha anche solo un solo voto più dell’altro. Con un corollario: «Vade retro pareggio».

Ma queste proposizioni hanno un presupposto niente affatto dimostrabile. Il verificarsi di un pareggio alla chiusura delle urne è possibile solo se a scendere in campo sono solo due squadre, create artificialmente da un sistema elettorale che impone di definirle prima del voto. Una condizione che esiste solo in Italia, rispetto alle altre grandi democrazie europee. In tutti gli altri Paesi, le coalizioni si formano dopo le urne: in essi non c’è dunque rischio di pareggio.

Anche l’affermazione che l’indicazione prima delle urne della coalizione e del premier dia più poteri al cittadino, si scontra con la realtà dei fatti: il costante allontanamento degli elettori dalle urne da quando è stata introdotta, di fatto o di diritto, l’indicazione del candidato premier. Nel 1992, ultima tornata con il proporzionale puro, i votanti furono l’87,37% degli aventi diritto, calati di un punto (86,31%) nelle prime elezioni in cui Silvio Berlusconi si presentò esplicitamente candidato a palazzo Chigi. Di lì in poi un precipizio sino al 63,91% del 2022.

Dovrebbe essere semmai il recupero della partecipazione politica ed elettorale l’obiettivo di una nuova legge elettorale, disincentivata dal 2005 in poi dall’introduzione delle liste bloccate, lunghe o corte che siano.
Anche il presupposto che una coalizione dichiarata prima del voto sia più stabile di quelle formatesi dopo le urne, si scontra con i fatti. Con gli stessi sistemi elettorali, ad esempio con il Mattarellum nel 1994, 1996 e 2001, con il Porcellum nel 2008 e nel 2013, nonché con il Rosatellum nel 2018 e nel 2022 abbiamo avuto ogni volta esiti opposti: grande stabilità, ma anche estrema instabilità.

I fatti, inoltre, smentiscono anche l’equivalenza di stabilità e governabilità. A settembre il governo Meloni sarà il più longevo della storia della Repubblica, superando il Berlusconi II. Eppure per entrambi la stabilità si è rivelata puro immobilismo. Chi ricorda le riforme o le scelte decisive del Berlusconi II? La patente a punti e la legge sul fumo, che non erano nemmeno nel programma di governo. E poi? E le riforme del governo Meloni? Neanche la legge sul fumo o la patente a punti. Al contrario le legislature più instabili sono quelle che hanno fatto registrare storicamente più riforme (magari non condivisibili, ma non è questo il punto).

Stabilità fa rima non con governabilità bensì con immobilismo, perché le coalizioni dichiarate prima del voto nascono con il baco della concorrenza interna, con programmi irrealizzabili, scritti per vincere le elezioni con un voto più degli avversari. In Germania, dove vige un sistema proporzionale, le coalizioni si formano a urne chiuse su programmi realistici, magari scritti col bilancino, ma poi realizzati; e la stabilità è assai più alta di quella italiana.

C’è un altro elemento che inficia un modello in cui chi ha un voto più dell’altro viene premiato in maniera smisurata, a prescindere dalla volontà dell’elettorato. In società sempre più frammentate (tutta Europa è attraversata da questo fenomeno) è pensabile governare essendo una minoranza non solo nell’elettorato ma anche nel Paese reale? Meloni e la sua coalizione nel 2022 ha ottenuto il 43% dei consensi, ma con una partecipazione al voto del 63,91%: il 26,7% dei cittadini italiani. Si può governare un Paese così frammentato con un consenso così limitato? Le difficoltà istituzionali che vivono oggi altri Paesi europei come la Francia o il Regno unito, nascono da problemi analoghi.

Proprio la frammentazione sociale richiede un ripensamento degli obiettivi di una riforma elettorale: che le istanze di tutti i gruppi sociali trovino una voce che li esprima; che le dia dignità istituzionale nel dibattito pubblico; che le rappresenti prima nell’agorà pubblico e poi nell’agone politico. Solo se si è rappresentati si è disposti ad accettare mediazioni e financo a vedere soccombente le proprie istanze.

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