Fare tesoro dell’esperienza nel referendum sulla magistratura per costruire un fronte del NO contro la legge elettorale voluta dalla presidente Meloni e dalla sua maggioranza: l’appello è alla società civile e alle opposizioni. Per impedire l’imposizione di fatto di un premierato e di candidature sempre più blindate.
I dati
I due schieramenti politici italiani dopo il recente ballottaggio alle amministrative si accapigliano per la vittoria ma in pochi sottolineano quello che è il dato più rilevante di questa tornata elettorale: ha votato il 52% degli elettori. La china dell’astensionismo appare irreversibile, continuerà a crescere e si accompagnerà a una riforma elettorale che comprime la rappresentanza, e allora il rischio non sarà soltanto politico, ma istituzionale.
Su 51 milioni di elettori alle prossime elezioni politiche del 2027 i votanti rischiano di essere 25 milioni. Alle politiche del 2022 votò il 64% degli elettori, quasi 30 milioni. In quel contesto la destra ottenne 12 milioni 350 mila voti e prese, grazie ai collegi uninominali ed alla divisione delle sinistre, una forte maggioranza che tuttavia non gli consentì di attuare le sue riforme.
La riduzione del numero dei votanti vuole dire che con poco più di dieci milioni di voti (nell’ultima proposta di riforma elettorale si parla del 42% per avere il premio di maggioranza) si può non solo ottenere la vittoria elettorale ma anche, con i premi previsti nella prospettata riforma elettorale, incidere in modo determinante sull’elezione del Presidente della Repubblica e delle principali cariche di garanzia, dai giudici della Corte costituzionale ai membri laici del CSM.
Con un 5%di 25 milioni, cioè con poco più di un milione di voti, Futuro Nazionale, il partito di Vannacci rischia di essere fondamentale per gli equilibri istituzionali del paese. E Vannacci alle prossime elezioni prenderà molto più del 5%.
Il Melonellum
Il testo di riforma elettorale in discussione in Commissione Costituzionale della Camera elimina i collegi uninominali, fatta eccezione per la Valle d’Aosta e il Trentino (salvo modifiche dell’ultima ora), e introduce un premio di governabilità per la lista che supera il 42% dei voti con un tetto massimo di eletti molto elevato. Inoltre impone, al momento della presentazione delle liste, l’indicazione del nominativo proposto per la carica di Presidente del Consiglio. Si tratta di una previsione in potenziale contrasto coi poteri attribuiti al Presidente della Repubblica (art. 92, II comma, Cost.). Potremmo definirlo un premierato di fatto. Liste bloccate e nessun accenno alle preferenze.
In sostanza la “governabilità o stabilità” dei Governi viene ritenuta più importante della rappresentatività del Parlamento, contrariamente a quel che ha stabilito la Corte Costituzionale con le sentenze n. 1/2014 e n. 35/2017. «Meloni continua a esaltare il record di durata del suo esecutivo. Ma la storia repubblicana mostra che sono stati governi di breve o brevissima durata a realizzare le riforme più significative», scrive Guglielmo Forges Davanzati.1
Il Governo Meloni pur disponendo di una maggioranza fortissima non è riuscito a fare nessuna delle riforme che aveva in programma. Dopo i sostanziali fallimenti del programma elettorale (autonomia differenziata bocciata dalla Corte Costituzionale, riforma della magistratura bocciata dal referendum e primariato bocciato dal buon senso) la maggioranza cerca con la riforma elettorale di ridisegnare il terreno della competizione elettorale prima della fine della legislatura sapendo di avere poche possibilità di vittoria con l’attuale legge elettorale se il fronte opposto rimane unito.
Una legge del tipo di quella proposta dalla maggioranza allontana ulteriormente l’elettore perché non gli permette di scegliere. Questo vale in particolare per i giovani (quelli che hanno fatto vincere il No al referendum): nessun accenno viene fatto in riforma al voto fuori sede, che riguarda cinque milioni di elettori tra i quali circa mezzo milione di studenti universitari fuori sede. Ma il numero degli elettori non è una preoccupazione dell’attuale maggioranza, i fatti lo dimostrano.
Per questo motivo riportare le persone a votare non è solo un dato di salvaguardia della rappresentatività democratica ma anche impegno per evitare un vero e proprio rischio per le istituzioni.
Le proposte
Allora come per il referendum sulla magistratura occorre rendersi conto della situazione ed agire ognuno seguendo le proprie competenze prima che sia troppo tardi. Se il Comitato dei quindici per la raccolta delle firme non ci avesse fatto guadagnare i venti giorni di marzo per il voto referendario – inizialmente fissato al I° marzo 2026 e, per la raccolta di firme, spostato al 22 e 23 marzo – indispensabili per l’attività di capillare informazione, è possibile che anche allora saremmo arrivati in ritardo.
La straordinaria esperienza di autoformazione civica nata negli ultimi mesi, scrive Daniela Padoan, mostra che esiste già nel paese una disponibilità diffusa a studiare, approfondire e difendere l’equilibrio costituzionale.2 Questo patrimonio di energie e competenze non dovrebbe essere disperso, ma trasformato in iniziativa stabile.
Si può fare qualcosa subito per contrastare questa pessima riforma elettorale.
Pensare ad un referendum abrogativo della nuova legge elettorale oltre che tecnicamente molto impegnativo – anche ricordando le regole imposte, per altro giustamente, dalla Corte Costituzionale con la sentenza n.10\2020 – rischierebbe con ogni probabilità di tradursi in una sconfitta per via del quorum richiesto per questo tipo di referendum. Alla maggioranza di governo basterebbe dare indicazione di non andare a votare per impedire il raggiungimento della soglia del 50% dei votanti.
Pensiamo allora ad altri strumenti efficaci e realistici.
Una delle risposte la troviamo nell’esperienza recente, dato che di pessime leggi elettorali ne abbiamo avute molte negli ultimi tempi.
Subito dopo l’approvazione della legge si dovrebbe fare ricorso al cosiddetto “metodo Besostri” – dal nome dell’avvocato costituzionalista a cui si deve tale modalità di ricorso. Il metodo consiste nel presentare vari ricorsi davanti al giudizio della Corte Costituzionale, così come accaduto per il Porcellum e l’Italicum (le precedenti leggi elettorali prima di quella oggi in vigore), da parte di elettori presso i Tribunali nei capoluoghi di distretto giudiziario al fine di sollevare le questioni di legittimità costituzionale sui numerosi vizi che la legge presenta.
È una questione di tempi. Sappiamo che per la decisione della Corte Costituzionale sui ricorsi non sono tempi brevi e quindi è necessario essere tempestivi nel portare all’esame della Corte le varie questioni di costituzionalità. Occorre attivarci da prima dell’approvazione della legge, una volta che il testo possa essere considerato definitivo, in modo da essere pronti già il giorno dopo l’approvazione del dato normativo. Per questo impegno la società civile con i migliori giuristi a disposizione può muoversi sin da ora, creando dei gruppi di lavoro guidati dai costituzionalisti che già si sono impegnati nei vari Comitati dei No. È un ottimo motivo per mantenere vitali queste strutture posto che l’attacco ai valori costituzionali non è certo una emergenza che possiamo considerare conclusa data la maggioranza che governa il paese.
La seconda risposta dovrebbe essere politica e coinvolge tutti i partiti impegnati per contrastare questa riforma elettorale.
Il primo impegno chiaro che si dovrebbe assumere lo schieramento progressista durante la campagna elettorale, praticamente già in corso: cambiare il Melonellum, questa pessima legge elettorale, impegno da realizzare nei primo cento giorni di Governo. Una nuova legge che esalti la rappresentanza, le preferenze, che elimini premi di maggioranza e che affronti il tema del voto fuori sede , del tutto dimenticato dal Governo in carica. Sulla proposta di riforma elettorale migliorativa di quella presente scrive il Professor Pasquino: «Una legge elettorale proporzionale con una soglia di sbarramento che scoraggi la frammentazione di quel che resta del sistema dei partiti. Si deve pretendere anche un voto di preferenza (non due, tre, quattro che favorirebbero le cordate) per dare agli elettori la possibilità di premiare chi lo merita, e di riconfermarla/o».3 Mi sembrano linee assolutamente condivisibili.
Ancora sarebbe possibile, come auspica il professor Mauro Volpi4 presentare una sintetica legge di revisione costituzionale che vieti la riforma del sistema elettorale nell’ultimo anno della legislatura, secondo l’indicazione che proviene dal Consiglio d’Europa, stabilisca che la legge elettorale possa essere approvata solo con una legge organica richiedente un procedimento non costituzionale ma più complesso di quello sufficiente per approvare una legge ordinaria (istituto presente in Francia e in Spagna), e soprattutto il potere di una minoranza parlamentare qualificata di impugnare direttamente e in via preventiva una legge di rilievo costituzionale, com’è quella elettorale, di fronte al giudice costituzionale per vizi di legittimità (com’è previsto in Francia, Germania e Spagna).
È importante che l’opposizione non offra nessuna sponda alla maggioranza per la riforma elettorale. Occorre mantenere tutti insieme questa linea coerente e seria.
Questo vuole dire fare tesoro dell’esperienza del referendum sulla magistratura. Agire tempestivamente, dare risposte complesse su più piani, valorizzare il metodo partecipativo dei Comitati per il No lavorando per elaborare insieme le questioni di costituzionalità da sollevare e contribuendo alla discussione per una riforma elettorale che metta al primo posto la rappresentanza dei cittadini, in sintonia con il dettato costituzionale.
Non rimane che farlo. Dipende solo da noi perché, ricordiamocelo sempre: «La storia siamo noi».

