La storia umana è anche una storia del diritto, dalle Dieci Tavole, secondo la Bibbia scritte dal dito di Dio, ai codici di Ur e di Hammurabi, che per la prima volta stabilivano che il diritto consiste nella difesa del debole e facevano del re, cioè del potere, il padre dell’orfano e il marito della vedova, a Vasti e ad Antigone che si appellano a una legge superiore a quella scritta dai maschi, al diritto naturale che stabilisce che la verità, non l’autorità, fa la legge, al diritto positivo che istituisce la legge uguale per tutti, ai diritti umani che perfino nella guerra cercano di trattenere un residuo di ragione, alle Costituzioni postbelliche, ultime lettere della Resistenza italiana ed europea, fino alla Convenzione internazionale contro il genocidio che condanna un delitto così estremo da non avere ancora neanche il nome, e che rappresenta la soglia più alta raggiunta dal diritto nel suo sforzo di realizzare, come sua gloria, la giustizia.
È per questo che quando Trump, cioè la Casa Bianca, cioè gli Stati Uniti, proclamano di non aver bisogno del diritto internazionale, bastando essi a se stessi, annunciano la morte del diritto, rendono “sovrano” il crimine, e segnano quel passaggio d’epoca, da tempo segnalato dagli spiriti più illuminati, a cominciare da papa Francesco. Un cambiamento che così ha pure una data, ed è il 3 gennaio, il giorno dell’ostentata incursione terroristica in Venezuela, come in Italia fu il 3 gennaio del 1925 il precedente mussoliniano della rivendicazione del crimine come “mente ” e “moralità” del potere statuale.
Il 3 gennaio 2026 non segna peraltro solo la condanna a morte del diritto; è anche il certificato di una morte molte volte e in diversi modi annunciata, fino al culmine del genocidio di Gaza, indifferente alle pronunzie delle Corti internazionali, perpetrato nella latitanza del Consiglio di Sicurezza e dello stesso segretario generale dell’Onu, e compiuto con la complicità di quasi tutta la comunità internazionale, con le sue armi o almeno col suo silenzio (non però dei molti di tutto il mondo che hanno navigato e manifestato “proPal” e perciò sono stati bollati come “terroristi” dai poteri selvaggi); e quando Trump chiede la grazia per Netanyahu e il Nobel per sé opera una rilegittimazione del genocidio, la negazione della negazione. Ma, al di là di questo estremo, molte volte e sempre di nuovo la morte del diritto è stata annunciata e viene sancita: la proibizione ai rappresentanti palestinesi (compreso il presidente Abu Mazen) di mettere piede a New York per l’Assemblea generale dell’Onu (extraterritoriale); il rifiuto del negoziato per porre termine all’inutile strage della guerra in Ucraina (dagli uni e dagli altri mitizzata come “difesa”); la legittimazione italiana dell’aggressione al Venezuela insieme all’attacco contro la giurisdizione, cioè contro il potere di “dire il diritto”; l’analoga e ben più letale offesa al potere giudiziario negli Stati Uniti, fino al sovvertimento della Costituzione e dei suoi emendamenti, fino alle violenze poliziesche, alla deportazione degli innocenti, alle dimissioni dei procuratori federali impediti dal Dipartimento di giustizia di indagare sull’esecutivo; il movente delittuoso dei crimini di Stato e delle velleità di conquista di terre ghiacciate e non, dato dalla “competizione strategica” come modalità del rapporto internazionale; e lungo sarebbe l’elenco delle guerre non ripudiate e combattute in tutto il mondo contro la loro interdizione decretata dalle legislazioni interne e dall’Onu.
È chiaro perciò che da questo momento in poi nessuna cosa è più necessaria e urgente che una lotta per il diritto, per rimetterlo al mondo, prima che la sua fine, per la concatenazione delle cause come per l’eterogenesi dei fini, ci porti all’immane disastro. Come è stato giustamente sostenuto dal fisico Carlo Rovelli il “punctum saliens” dell’attuale rapporto tra gli Stati non può più essere l’antitesi tra “democrazie” e “autocrazie”, tra Est e Ovest, tra Stati Uniti, Unione europea, Russia e Cina, ma tutti insieme dobbiamo batterci per ristabilire il diritto come regola della vita internazionale e “sicurezza” per la Terra.
Ma come farlo? Prima del Covid si era pensato che potesse promuoversi una Costituzione per tutta la Terra; poi si è scatenato l’inferno, e si è capito che una sola Costituzione per tutti, per tutte le Nazioni, per tutte le culture, non si può (non ancora?) fare. E oggi è chiaro che il diritto non basta a salvarci, quando il diritto nega se stesso. A questo punto bisogna ricorrere a un’istanza più alta. Agli albori della modernità, quando si trattava di passare dal regime di cristianità allo Stato secolare, risuonò un grido: tacete teologi, in un compito non più vostro. La parola passava ai giuristi. Poi, in questa nostra età contemporanea, spregiati i giuristi, la parola è passata ai tecnocrati e agli azionisti. Ora, per ristabilire il diritto, il compito passa ed è nelle mani dei cittadini tutti. È dalla società che viene il diritto, non dal diritto nasce la società. Il Nobel per la pace se lo devono guadagnare i popoli, con le loro culture, la loro informazione e le loro politiche. L’Occidente in declino sembra incapace di farlo. Ma perfino la Cina ha avuto la sua rivoluzione culturale, e la Russia la Perestroika. Ora da noi, qui in Occidente, ci vuole un Sessantotto delle Nazioni.



