Dal 1° gennaio 2026 revocati i permessi a 37 organizzazioni umanitarie, tra cui Medici Senza Frontiere e Caritas. Dieci governi occidentali — Regno Unito, Francia, Canada, Danimarca, Finlandia, Islanda, Giappone, Norvegia, Svezia e Svizzera — chiedono di fermare la misura. Roma non aderisce.
Dal primo giorno del 2026, a Gaza curare, nutrire e soccorrere non è più consentito. Il governo israeliano ha bloccato l’operatività di 37 organizzazioni umanitarie internazionali. Dieci Paesi occidentali hanno chiesto di revocare il provvedimento. L’Italia ha scelto di non firmare.
A Gaza non manca solo la pace. Mancano le cose più elementari. Cure mediche. Acqua. Cibo. Riparo. In questo contesto, il governo israeliano ha revocato le autorizzazioni a trentasette organizzazioni umanitarie internazionali. Una decisione che entra in vigore dal 1° gennaio 2026 e che cambia tutto.

Non è una questione di carte o di burocrazia. Quelle organizzazioni tenevano in piedi ambulatori, distribuivano medicinali, garantivano assistenza a bambini, anziani, feriti. Fermarle significa lasciare scoperti milioni di civili in un territorio già devastato.
Dieci Paesi occidentali hanno deciso di non far finta di niente. Regno Unito, Francia, Canada, Danimarca, Finlandia, Islanda, Giappone, Norvegia, Svezia e Svizzera hanno firmato un appello congiunto. Hanno detto chiaramente che bloccare le ONG è inaccettabile. Hanno chiesto che la misura venga ritirata.
L’Italia non c’è. Non firma. Non prende posizione. Non rompe il silenzio.
Nel frattempo, le Nazioni Unite ricordano che il diritto umanitario internazionale tutela l’accesso agli aiuti. L’Unione Europea ribadisce che impedire l’azione delle ONG non è legittimo. Le principali organizzazioni umanitarie denunciano una situazione insostenibile. Ma dal governo italiano non arriva nulla di concreto.
Questo silenzio non è neutro. Non è prudenza. Non è equilibrio. È una scelta. Perché quando si decide di non dire nulla mentre viene colpita l’assistenza ai civili, si accetta che accada.
C’è un punto in cui la diplomazia smette di essere cautela e diventa complicità. Quel punto è quando si tace davanti a chi chiude gli spazi dell’aiuto e rende la sopravvivenza un privilegio.
A Gaza, oggi, non vengono ostacolate solo le ONG. Viene ostacolata la possibilità stessa di restare vivi. E ogni governo che decide di voltarsi dall’altra parte contribuisce a rendere normale ciò che normale non è.
Dieci governi hanno parlato. L’Italia ha scelto di restare fuori. Non è una distrazione, non è una svista diplomatica, non è neutralità: è una posizione. Nella storia, le assenze pesano quanto le firme, e spesso di più. Quando si tratta di vite umane, tacere significa schierarsi. Ancora una volta, l’Italia si colloca dalla parte sbagliata della storia: quella che arriva dopo, quando i danni sono irreparabili, con parole di circostanza e responsabilità diluite. Ma la storia non assolve i silenzi. Li registra. E chiede conto di chi, potendo scegliere, ha scelto di non farlo.
Paolo Consiglio
Fonti principali:
– Appello congiunto di Regno Unito, Francia, Canada, Danimarca, Finlandia, Islanda, Giappone, Norvegia, Svezia e Svizzera.
– Fonti principali. Comunicazioni ufficiali delle Nazioni Unite sull’accesso umanitario a Gaza.
– Fonti principali. Dichiarazioni di Medici Senza Frontiere e Caritas.
– Fonti principali. Copertura giornalistica internazionale (Reuters, Associated Press, Al Jazeera).



