In questo momento drammatico della storia umana assistiamo al genocidio dei palestinesi di Gaza, e da questa parte del Mediterraneo ci sentiamo impotenti. Possiamo protestare, manifestare, boicottare prodotti e servizi legati a Israele, ma resta la sensazione di non riuscire a fermare una violenza che sembra inarrestabile. È difficile credere che un popolo possa essere annientato con tale crudeltà in nome di Dio, o nel nome di un unico modo di pensare e vivere il mondo.
Intanto, il fanatismo cresce non solo in una larga parte della società israeliana e della diaspora ebraica, ma anche fra alcuni dei nostri connazionali, che sostengono apertamente uno Stato impegnato in un processo di colonizzazione sistematica. Case, scuole, ospedali, uomini, donne e bambini vengono cancellati da quella che molti ancora oggi insistono a chiamare “l’unica democrazia del Medio Oriente”. Il tragico attentato del 7 ottobre è stato trasformato in vendetta, non in giustizia.
I dati sono drammatici: secondo un’indagine congiunta di +972 Magazine, Local Call e The Guardian, basata su un database interno dei servizi segreti israeliani, almeno l’83% dei palestinesi uccisi durante l’offensiva su Gaza erano civili. Le autorità di Gaza, citate da Al-Jazeera, denunciano che tra gli oltre 62.000 morti dall’inizio delle operazioni militari israeliane, il 7 ottobre 2023, ci sono almeno 18.885 bambini. A questo si aggiunge il blocco degli aiuti umanitari: l’ONU ha dichiarato che, solo da maggio, 1.760 palestinesi sono stati uccisi mentre cercavano cibo o beni di prima necessità.
La distruzione sistematica emerge anche in episodi apparentemente paradossali: come rivelato dal Guardian, le Forze di Difesa Israeliane hanno pubblicato inserzioni su Facebook per reclutare autisti di bulldozer destinati alla demolizione delle abitazioni di Gaza.
Di fronte a tutto questo, l’Europa appare paralizzata, incapace di decisioni univoche, mentre le Nazioni Unite si limitano a richiami formali senza conseguenze concrete. Con il sostegno politico di figure come Donald Trump, il premier israeliano Netanyahu porta avanti indisturbato la sua politica di occupazione e colonizzazione.
In questo scenario tremendo, noi che crediamo nel dovere di “restare umani” ci chiediamo se ci siano azioni concrete capaci di portare aiuto a una popolazione che, proprio perché continua a esistere, continua anche a resistere.
“Sumud” è una parola araba intraducibile con un solo termine. Racchiude fermezza, perseveranza, resilienza e resistenza. Non indica la lotta armata, ma un atteggiamento di forza silenziosa e ostinata. Per i palestinesi rappresenta al tempo stesso un simbolo nazionale, una strategia politica e un valore culturale.
Sumud è oggi anche il nome della più grande missione marittima civile mai tentata verso Gaza: la Global Sumud Flotilla.
La flottiglia partirà da Barcellona e da due porti italiani, con decine di imbarcazioni, il coinvolgimento di attivisti in 44 Paesi, una campagna coordinata a terra e l’obiettivo dichiarato di rompere il silenzio internazionale sul blocco e sulla negazione degli aiuti umanitari.
Già lo scorso giugno la coalizione aveva promosso una mobilitazione globale via terra, mare e aria. Ora, con un coordinamento internazionale senza precedenti, persone comuni — attivisti, medici, operatori umanitari, artisti, religiosi, avvocati, marinai — si sono unite nella convinzione della dignità umana e della forza dell’azione nonviolenta. «Pur provenendo da Paesi, fedi e convinzioni politiche diverse, siamo uniti da una verità comune: l’assedio e il genocidio devono finire. Siamo indipendenti, internazionali e non affiliati ad alcun governo o partito politico. La nostra fedeltà è alla giustizia, alla libertà e alla sacralità della vita».
Come racconta Maria Elena Delia, membro dello Steering Committee e referente per l’Italia del Global Movement to Gaza, il progetto nasce a seguito della Global March to Gaza, dove si è formata una rete internazionale coesa e competente. «Da qui è nata l’idea di un’azione via mare con un ordine di grandezza inedito anche per Israele. Il 31 agosto salperanno barche da Barcellona e da un porto del Nord Italia. Il 4 settembre partiranno altre imbarcazioni dalla Tunisia e dal Sud Italia». Questi percorsi si affiancano ai due corridoi principali già annunciati, definendo il profilo logistico dell’operazione nel Mediterraneo centrale.
Intanto, molti artisti e personalità pubbliche stanno diffondendo messaggi di sostegno sui social. Se i media tradizionali – non solo italiani – tendono a non dare spazio a Gaza e alle iniziative di solidarietà, possiamo essere noi a colmare questo vuoto: condividendo le informazioni, sostenendo i naviganti coraggiosi con donazioni e offrendo loro quella visibilità che rafforza non solo la loro missione, ma anche la nostra stessa coscienza civile.
Sosteniamo la Global Sumud Flotilla, dona, diffondi, partecipa!