E’ in corso su giornali e social (ne seguo pochissimi) un dibattito sul rapporto tra guerra e maschilismo. E’ questo la causa principe di quella? La confutazione più cretina di un nesso evidente è che a promuovere, guidare e combattere guerre ci sono state e ci sono anche tante donne. La questione non sta lì, perché a mediare il rapporto tra la guerra e le posture aggressive attribuite al genere maschile c’è un sistema di dominio diffuso, gerarchico e flessibile, che ha fatto da supporto alle più diverse formazioni sociali sia nel tempo che nello spazio: schiavismo, feudalesimo, capitalismo, socialismo… Ma è un sistema che ha le sue radici profonde nel dominio degli uomini sulle donne, storicamente connesso alla rivendicazione della paternità biologica, garantita solo dal possesso in forma esclusiva di una o più donne: modello, peraltro, di tutte le altre forme di possesso, proprietà o dominio – sugli animali, su altri uomini, sulle terre, su beni, materiali e non, su interi popoli… E’ per sostenere tutte quelle forme dominio che si fanno le guerre.
Nelle società matrilineari (dove figlie e figli crescono nella famiglia o clan della madre) del Neolitico soppresse dal sopravvento del patriarcato e in quelle sopravvissute fino ai giorni nostri violenza e guerra sembrano essere state eccezioni. E nelle guerre in corso come in quelle del passato sono state sì coinvolte tante o tutte le donne, ma in quanto oppresse e “possesso” altrui – pur ai diversi livelli gerarchici della loro collocazione sociale. Le donne hanno quasi sempre vissuto le guerre più come imposizione che come scelta e con ben poche possibilità di far valere la loro contrarietà.
E’ questo uno dei dati costitutivi del patriarcato, il sistema di dominio di cui il femminismo degli ultimi decenni ha svelato l’attualità (non è solo un retaggio del passato) e la pervasività (impronta di sé tutti i rapporti sociali). La cultura femminista lo ha minato e indebolito, pur con pesanti contraccolpi, come la moltiplicazione dei femminicidi e la riscossa dei fondamentalismi sia islamici che cristiani, dichiaratamente maschilisti. Per questo è una battaglia destinata a protrarsi ancora a lungo: un rovesciamento radicale del sistema non è certo alle viste.
Di questa insorgenza gli uomini sono il bersaglio, ma la strada per minare la cappa di un sistema di dominio che, ai rispettivi livelli gerarchici, imprigiona anche tutti loro non è certo quella di “diventare femministi”. Possiamo e dovremmo impegnarci a cercare di dissolvere il “mandato di virilità”: la pressione, sia reale che immaginaria, che ciascuno di noi subisce (ma al tempo stesso esercita) da parte di un collettivo di altri maschi, anch’esso sia reale che immaginario, perché esibisca i tratti connessi al genere a cui siamo ascritti. Una pressione sottoposta a continue “verifiche”, spesso inconsapevoli, che includono ostentazione e pratica, anche solo simboliche, di varie forme di violenza contro le donne. E’ lì che risiedono anche le radici della guerra. Sradicarle è un compito infinito di cui non si vede per ora la fine.
“Ma le guerre ci sono sempre state! C’è sempre un aggressore e un aggredito, un nemico da cui difendersi, degli amici con cui coalizzarsi; perché dovrebbero scomparire proprio ora?” Per due ragioni di fondo: perché con le armi di oggi la guerra ha prima o poi per sbocco obbligato la distruzione dell’umanità, che mai prima era stata prospettata. E perché è un’arma di distrazione di massa che azzera lo sforzo di contenere la crisi climatica e ambientale, una minaccia che mai si era presentata prima. Femminismo e cultura postcoloniale hanno fornito a oppressi e oppressori gli strumenti per tentare un’inversione di rotta.
Il rapporto tra violenza sulle donne e guerra è stato riproposto da Adriano Sofri come metafora dell’aggressione all’Ucraina, come rivalsa di un marito tradito che, a costo di sopprimerla, continua a considerare sua la nazione che lo vuole abbandonare. Certo, c’è un uomo al comando, Putin, maschio, bianco, narciso, con una schiera di cortigiani che lo sostengono, ma dall’altra parte non c’è una donna violata, non c’è “una nazione”, e meno che mai una patria, bensì una congerie, non molto diversa da quella di Putin (d’altronde hanno le stesse origini, non molto lontane…) contrassegnata dalla massiccia presenza di ladri di Stato, nazisti di Stato, oppressori di Stato delle minoranze, reclutatori di Stato impegnati a catturare per strada – con metodi non diversi da quelli di Trump con gli immigrati – giovani renitenti per spedirli al fronte senza addestramento, senza attrezzatura, senza armi adeguate, con poche speranze di sopravvivere.
Poi, accanto ai molti soldati, ma sempre meno, impegnati da quattro anni al fronte in una resistenza senza futuro, ci sono migliaia di vedove e orfani di guerra e altre migliaia di donne e bambini che vorrebbero evitare la stessa sorte e milioni di persone fuggite all’estero decise a non tornare. L’alternativa alla guerra è la dissoluzione di quella falsa unità nazionale. Dall’altra parte del fronte c’è chi lavora allo stesso fine, con difficoltà anche maggiori, ma qualcuno deve pur cominciare! Qui da noi, con il privilegio (ma potrebbe durare poco) di non esserne direttamente coinvolti, l’impegno in quella direzione dovrebbe essere anche maggiore.




