Gaza Minneapolis Torino

di Ida Dominijanni - FB - 02/02/2026
Quelli e quelle che resistono a Trump a Minneapolis, lo ha documentato ieri un'ottima puntata di In mezz'ora su Rai 3, non vanno alle manifestazioni per riempire di botte qualche agente.

Lo scopo di questo post però non è quello di ribadire l'ovvio di fronte a una scena che si ripete stancamente uguale non so se dagli anni Settanta o da Genova 2001. Vorrebbe essere piuttosto un invito ad allungare lo sguardo un po' più in là, e a chiedersi se e quanto ci serva, il ripetersi di questa scena, in un mondo e sotto un potere che stanno cambiando vorticosamente e fuori da ogni nostra possibilità di controllo.

 Pochi mesi fa, di fronte al genocidio in corso in Palestina, scrivevo qui e altrove che Gaza ci riguardava direttamente, non solo per ragioni di solidarietà con i Palestinesi ma in quanto laboratorio di tecnologie di controllo, sorveglianza e spionaggio che da uno scenario di guerra come quello si sarebbero presto trasferite anche agli scenari di pace, trasformandoli in scenari di guerra civile più o meno latente. Che è esattamente quello che è accaduto e sta accadendo adesso nel laboratorio di Minneapolis. Dove non ci sono "solo" le esecuzioni sommarie dell'ICI. C'è la sperimentazione, documentata e comprovata dal Washington Post e dal NYT  oltre che dal lavoro coraggioso di molti giornalisti indipendenti tra i quali Luca Celada, di tecnologie di profilazione e sorveglianza in parte importate, guarda un po', da Israele e targate Paragon, in parte approntate negli stessi Usa e targate Palantir.

Queste tecnologie  servono a individuare uno per uno, attraverso la raccolta e l'aggregazione di dati sensibili,  non solo gli immigrati più o meno irregolari ma anche i dissidenti, in atto o potenziali (quelli cioè che magari non hanno mai fatto niente di male o di strano, ma che in base al calcolo predittivo potrebbero diventare dei pericolosi "terroristi interni"). E' uno scenario da incubo, confermato nella sua valenza programmatica e strategica dalla mossa truffaldina di Trump di offrire al governo a lui ostile del Minnesota un passo indietro dell'ICI in cambio della consegna delle liste elettorali, ovvero di nuovi dati da usare per sorvegliare e punire. Questo è lo stato della democrazia in America, e questo - mettete in fila i puntini per favore, a partire dalla parola d'ordine della "remigrazione" e dal furore repressivo del dissenso che impazzano di qua e di là dall'Atlantico  - sarà fra poco lo stato della democrazia anche in Europa se non ci inventiamo degli antidoti potenti.

 Quelli e quelle che resistono a Trump a Minneapolis, lo ha documentato ieri un'ottima puntata di In mezz'ora su Rai 3 (purtroppo funestata dalla partecipazione di Marco Minniti e dalla sua predicazione dell'equazione "sicurezza=libertà"), non vanno alle manifestazioni per riempire di botte qualche agente. Si stanno invece per l'appunto inventando degli antidoti, cioè delle pratiche in grado di intercettare e depistare le tecnologie della sorveglianza in possesso dell'ICI. Non sono pratiche semplici: richiedono molta dimestichezza dei dispositivi digitali, molta destrezza nel clandestinizzarsi (sissignore) per sfuggire al controllo, molta disciplina e organizzazione, molta conoscenza del territorio e della mappa cittadina eccetera eccetera. Naturalmente siamo ben lontani dal sabotaggio del sistema, ma intanto sono pratiche di resistenza e sottrazione efficaci su scala urbana. 

 Io credo che sia la direzione giusta da prendere. Di fronte a un  potere che sta cambiando configurazione, anzi l'ha già cambiata, e che è ormai un tecnopotere in grado di controllarci uno per uno e una per una, i blocchi neri non servono a niente. Appartengono a un mondo che non c'è più, quello delle zone rosse da violare di vent'anni fa che sembrano cento. Sono altre, adesso, le violazioni da pensare e da praticare.

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