“Era già tutto previsto”, scrive nel suo editoriale sui fatti di Torino il direttore della Stampa: e ha ragione da vendere. Tutto previsto, dalla marea umana che ha invaso la città fino agli inevitabili scontri. Tutto annunciato e preventivato, inclusi i commenti e le reazioni dei media, della politica e delle platee social: tutti monchi, miopi, parziali. Tutti all’insegna di quella verità raccontata a metà che è vizio inestinguibile di questo paese.
Gli editorialisti e i politici raccontano a metà la violenza, condannando – lo diciamo qui e ora, chiaramente e a scanso di equivoci: giustamente – il pestaggio di un poliziotto ma sorvolando su quelli operati dagli uomini della polizia sui manifestanti inermi a terra. Dicono di una Torino “sola e abbandonata”, questi commentatori che sono gli stessi che non raccontano mai l’abbandono di intere zone della città come Barriera di Milano, Aurora, Mirafiori sud né la solitudine di chi ci vive anzi fatica a viverci. Parlano della “città ferita dagli scontri” dopo aver fatto come se niente fosse di fronte al progressivo smantellamento di quella che fu la Fiat e di tutte le attività collegate. Come se Elkann che se ne va lasciandosi alle spalle un cimitero postindustriale e un’emorragia di circa 50mila posti di lavoro non fosse una ferita.
Arrivano a paragonare i manifestanti agli agenti dell’Ice (ancora Malaguti su La Stampa), in un ribaltamento dei ruoli e delle posizioni che suonerebbe come una provocazione fine a sé stessa se solo non fosse una dichiarazione di parzialità e di complicità in piena regola. Invocano Bella ciao e la memoria della Resistenza fingendo di non sapere che i partigiani non erano gente che manifestava pacificamente.
Perché la cultura della mezza verità è questa: ricorda solo ciò che le è funzionale e che soprattutto è funzionale al potere, quindi non rammenta la ragione per la quale quasi 50mila persone sabato hanno scelto di scendere in piazza, non dice nulla degli sgomberi attuati e di quelli minacciati, delle politiche repressive, della chiusura di qualsiasi spazio di dialogo. Non dice di queste città sempre più esclusive e inaccessibili nelle quali gli spazi sociali rappresentano l’unica alternativa per chi non ha e non può. Non dice di questo sistema che ti spinge ai margini e poi ti aggredisce se hai il coraggio dell’insubordinazione.
Tutti sapevano quello che sarebbe accaduto, è vero; ma è tempo di dire, se la verità ci interessa raccontata per intero, che lo scontro è stato voluto – anzi, cercato – da un governo che continua a restringere le possibilità e gli spazi per il dissenso, a partire dal quel pacchetto sicurezza che parlando di democrazia ha il suono di una bestemmia in chiesa e che arriva nei fatti a negare o condizionare diverse libertà garantite dalla Costituzione.
E a proposito di Costituzione, è monca perfino la solidarietà del suo garante, quel presidente Mattarella che telefona a Piantedosi per esprimere la sua solidarietà agli agenti mentre non ritiene di dover spendere una parola che sia una per i manifestanti aggrediti. Lo stesso mutismo messo in mostra il giorno prima, quando non ha ritenuto di dire nulla riguardo alla presenza dei nazisti del Comitato Remigrazione alla Camera dei deputati (leggi anche Individuare un capro espiatorio).
Era già tutto previsto, tutti sapevano cosa sarebbe accaduto a Torino semplicemente perché qualcuno ha alzato il livello dello scontro oltrepassando la linea rossa che ci separa dall’autoritarismo. Era prevista quella che chiamano violenza e che nasce sempre e comunque dalla mancanza di dialogo e di ascolto. Era previsto che qualcuno decidesse di disobbedire e di resistere, in quella che più di tutte è la città della Resistenza. Era previsto che il giorno dopo sarebbe stato quello della verità raccontata a metà: tutti a dire della violenza del fiume in piena, nessuno di quella degli argini che lo costringono.


